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Dal Festival dell’Oriente al Festival del Mondo: viaggio in una trasformazione culturale

Perché il Festival dell’Oriente è diventato Festival del Mondo? Scopri la sua evoluzione alla Fiera di Roma, tra tradizioni millenarie, folklore e la sacralità dei Mandala tibetani.
festival del mondo

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Per anni il Festival dell’Oriente ha rappresentato per il pubblico italiano una porta spalancata su un altrove affascinante e lontano, richiamando migliaia di spettatori. Oggi, però, quell’altrove si è allargato: il festival cambia nome e identità, diventando “Festival del Mondo”.

Gli esordi e le caratteristiche uniche del festival

È il 2010 quando, a Carrara, nasce la prima edizione del Festival dell’Oriente con l’obiettivo preciso di portare in Europa, e in particolare in Italia, non un convegno accademico o un singolo evento, ma un ponte tra Oriente e Occidente. Tradizioni millenarie, spiritualità, cucina, arti performative e folklore, vengono raccolti in uno spazio condiviso e pensato per un pubblico ampio, attraverso un format accessibile e itinerante. Questa mobilità è stata (ed è) parte integrante del suo successo: per la prima volta, non è il pubblico a dover raggiungere luoghi geograficamente lontani, ma la cultura a spostarsi verso il pubblico.

“L’altrove” in cui si scivola attraverso in un varco temporale 

Ci sono momenti precisi per ognuno in fiera, in cui ci si accorge di non essere più nel rumore del traffico e nel grigiore cittadino fuori dai cancelli. Per alcuni è il boato ritmico dei Taiko, tamburi di guerra giapponesi che accelerano il battito cardiaco; per altri è l’aria densa di odori. Avvolti dal pungente profumo del curry e delle spezie indiane, poco dopo si viene cullati dalla nota dolciastra e meditativa dell’incenso tibetano. È qui che lo sguardo si posa sui monaci che, con una pazienza che sembra appartenere a un’altra era, sono intenti a creare i Mandala.
Minuscoli cannelli metallici vibrano, lasciando cadere granelli di sabbia colorata – blu lapislazzulo, rosso fuoco, giallo zafferano –  disegnando geometrie sacre con precisione millimetrica. Un capolavoro destinato a essere distrutto con un gesto fluido, per ricordare l’impermanenza: nulla è eterno, e la bellezza, come l’esistenza, vive nel qui e ora.

Dal silenzio dell’ora del tè al calore della yurta

Pochi metri più in là, atmosfera e odori cambiano ancora. Si entra in una iurta mongola con la sommità della tenda che punta al cielo e il mondo esterno scompare del tutto: si inizia a immaginare la giornata trascorsa sotto al soffitto circolare, l’odore di lana cotta, di cuoio e di una vita nomade. E poi c’è la cerimonia del tè. Qui, il tempo rallenta fino a fermarsi. Il fruscio del frullino di bambù trasforma il matcha in una bevanda verde smeraldo. La tazza antica fuma tra le mani aggraziate di chi lo serve, dimostrazione che anche un gesto semplice può diventare un’opera d’arte. Ma il festival è anche un’esplosione di energia e di movimento: il riflesso freddo dell’acciaio di una katana sguainata da un moderno Samurai; è l’allegria dei sari colorati che ruotano vorticosamente durante una danza indiana, gli stand africani coloratissimi e il tintinnio dei campanelli alle caviglie delle ballerine; le esibizioni delle scuole di arti marziali, bellydance e bollywood, di canto lirico orientale e calligrafia.

Il passaggio da “Oriente” a “Mondo” 

La fiera, col passare del tempo, ha strabordato dai suoi argini, trasformandosi in qualcosa di più vasto e corale. Quest’anno, il Festival dell’Oriente si è evoluto in “Festival del Mondo”, un atlante vivente dove altre culture, oltre a quelle orientali, hanno quasi raddoppiato la superficie espositiva alla Fiera di Roma, nei due weekend in programma (dal 24 al 26 aprile e dall’1 al 3 maggio 2026). E così, un flamenco si mescola, poche decine di metri più in là, con le note di un violino che suona una ballata irlandese, mentre l’aria si riempie dell’odore inconfondibile della carne alla brace che arriva dalle pampas argentine.

Questa apertura modifica la logica stessa del festival: non più una finestra su un mondo lontano e circoscritto, ma uno spazio di coesistenza, dove le varie culture non sono presentate come blocchi separati, bensì come presenze che convivono, si intrecciano, talvolta si contaminano. Specchio dei tempi che viviamo, in cui sempre più persone abitano contesti culturali ibridi, il passaggio dal Festival dell’Oriente al “Festival del Mondo” racconta un cambiamento di paradigma. Non siamo più nella fase in cui l’altro è distante e definito, ma in una fase in cui le differenze convivono, si intrecciano e si ridefiniscono continuamente. L’Oriente non è sparito: ha semplicemente preso per mano il resto della Terra, e il risultato è uno spettacolo che non smette di incantare.

Tra divulgazione e spettacolarizzazione

Uscendo dai padiglioni, con i vestiti ancora impregnati di essenze lontane e il ritmo del mondo dentro, ci si accorge che il viaggio più bello non è quello che ci porta dall’altra parte del pianeta, ma quello che ci permette di riscoprire un intero universo nello spazio di un pomeriggio.

Resta però una domanda aperta: cosa racconta davvero un festival di questo tipo? È un vero strumento di conoscenza o solo una forma di intrattenimento?

La risposta, probabilmente, sta nel mezzo. Se da un lato rappresenta una delle poche occasioni in cui il grande pubblico entra in contatto diretto con culture diverse, dall’altro il rischio di semplificazione è inevitabile: le culture vengono spesso ridotte ai loro elementi più spettacolari e commerciali.

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