Scienza tra Nobel, maternità e pregiudizi: Rina Monti e Marie Curie
Scienza tra Nobel, maternità e pregiudizi: Rina Monti e Marie Curie
Rina Monti e Marie Curie Nobel
Tra fine Ottocento e primo Novecento, in due Paesi diversi, si fanno spazio due scienziate contemporanee, pionieristiche e scomode: Marie Curie e Rina Monti. Divise tra laboratori e gestione familiare, tra Nobel vinti e riconoscimenti negati, affrontano pregiudizi di genere ma riescono a lasciare la loro impronta nella scienza. Non avevano modelli da imitare ma, senza volerlo, hanno cambiato le regole e ispirato generazioni di ricercatrici.
Il substrato socioculturale alla fine dell’Ottocento
Per capire quanto siano state straordinarie, serve uno sguardo sui diritti femminili dell’epoca. In gran parte dell’Europa continentale, i codici civili d’impronta napoleonica subordinavano legalmente la moglie al marito. La capacità giuridica era limitata, vigeva la necessità del consenso maritale per atti patrimoniali e lavoro. La donna europea si trovava in un’epoca di passaggio, in contraddizione tra diritti civili e politici ancora ristretti (barriere professionali e ruoli domestici prescritti), e spazi crescenti a scuola, lavoro e associazionismo. La prospettiva di una guerra imminente accelerava (temporaneamente) l’ingresso nei settori industriali e spingeva a riforme che aprivano di fatto la strada ai diritti politici e, molto più lentamente, alla parità civile. Solo nel 1907, in Francia, viene approvata la “Legge sulla libera disposizione del salario”: le donne sposate potevano disporre dei propri guadagni (prima spettavano al marito), mentre in Italia l’abolizione dell’autorizzazione maritale arrivava con la “Legge Sacchi” del 1919.
È in questo contesto storico e sociale che riescono a farsi strada le due scienziate. Marie Skłodowska Curie (1867-1934) e Rina (Cesarina) Monti (1871-1937) lavorano a centinaia di chilometri di distanza ma lottano contro ostacoli sorprendentemente simili: carriere pensate ancora solo per gli uomini, istituzioni diffidenti, concorsi da superare due volte, sul merito e sul genere. Curie è la prima donna a vincere il Nobel (Fisica, 1903) e l’unica premiata in due discipline (Chimica, 1911). E mentre Marie, nel 1906 diventa la prima docente donna alla Sorbona, Rina, nel 1907 ottiene a Sassari la prima cattedra universitaria del Regno d’Italia assegnata a una donna (zoologia e anatomia comparata), è ordinaria dal 1910, rientra a Pavia nel 1915 e può, dal 1924, guidare la sezione naturalistica della nuova Università di Milano.
Tra pregiudizi di genere e porte aperte a fatica
Il sostegno pubblico dei mariti si rivela fondamentale per la loro affermazione professionale. Nel 1903, quando il Comitato Nobel intendeva premiare solo Pierre Curie, il matematico svedese Gösta Mittag-Leffler avvisò Pierre dell’esclusione di Marie; la ferma presa di posizione di Pierre portava all’inclusione di Marie nella candidatura e quindi nel premio. Nel 1911, invece, l’Académie des Sciences francese bocciò Marie (il seggio andava a Édouard Branly), in un clima di campagne xenofobe e moralistiche legate anche allo “scandalo Langevin”; nello stesso anno Stoccolma le assegnava il secondo Nobel (Chimica). In Italia, Rina vince vari concorsi per merito, ma deve ancora legittimarsi sul campo: sperimenta salite in quota, si porta sulle rive dei laghi alpini e, letteralmente, progetta e usa una barca pieghevole, la “Pavesia”, per campionare le acque dove nessun ricercatore aveva osato prima di lei. Negli anni in cui la Monti era a Sassari (1907–1910), il marito Augusto Stella, geologo e professore al Politecnico di Torino, decideva di seguirla e sostenerla, lavorando sui giacimenti sardi (Alghero e Sassari).
Maternità e lavoro: le famiglie-laboratorio
La scienza, per entrambe, non esclude la cura: la incorpora. La figlia di Marie, Irène Joliot-Curie, cresciuta fra camere a nebbia e provette, insieme al marito Frédéric Joliot continua gli studi intrapresi da Marie sulla radioattività artificiale e ottiene il Nobel per la Chimica (1935); la sorella Ève sceglie musica e giornalismo, scrive Madame Curie (1937) e poi si impegna attivamente con l’UNICEF: nel 1965 il marito Henry R. Labouisse ritira a Oslo il Nobel per la Pace per l’organizzazione. La “dinastia” Curie arriva così a cinque Nobel familiari. Rina ha due figlie e, negli ultimi anni, lavora fianco a fianco con la figlia Emilia sui laghi trentini, che ne segue le orme. Inventa strumenti (celebre il suo tubo-campionatore), cataloga la biodiversità lacustre e denuncia, nel 1930, la graduale estinzione della vita nel Lago d’Orta indicando la causa negli scarichi di rame. Nel 1938, un anno dopo la sua morte, nasce a Pallanza l’Istituto Italiano di Idrobiologia, che dà continuità a quel filone di studi e la consegna alla storia come la “Signora dei laghi”.
Parigi oggi onora Marie nel Pantheon; sulle rive del lago Maggiore, a Verbania Pallanza, gli archivi e i laboratori continuano il dialogo con i laghi iniziato da Rina. Le storie parallele di due donne: una ha cambiato la medicina e l’energia, l’altra ha insegnato all’Italia a leggere l’acqua. Entrambe mostrano che eccellenza e maternità, rigore e coraggio possono coesistere e aprire la strada a chi viene dopo.







