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Perché lo Strega decide cosa leggi (anche se non è il libro migliore)

Dalle origini nel salotto Bellonci alle moderne battaglie tra colossi editoriali: perché lo Premio Strega non è una semplice gara, ma lo specchio del potere culturale in Italia. Un’analisi del rito che decide cosa leggiamo.
Premio Strega

Premio Strega

Ogni anno il Premio Strega torna a occupare il centro del dibattito culturale italiano con una ritualità incredibile: si discute di titoli, di favoriti e delle esclusioni eccellenti. E puntualmente riemerge la stessa domanda: ha vinto il libro migliore? Oppure quello che ha venduto di più?

Sono domande fuorvianti, perché lo Strega non nasce e non è una gara tra autori, ma prima salotto culturale, poi strumento di legittimazione e infine campo di battaglia editoriale.

Un premio che nasce come rito sociale 

Il Premio Strega viene fondato nel 1947, durante il dopoguerra romano; ruota attorno alla figura di Goffredo e Maria Bellonci e al gruppo degli Amici della domenica, con il sostegno di Guido Alberti. Non è una competizione nel senso moderno del termine, ma un rito di riconoscimento all’interno di una comunità intellettuale che si legge e si legittima reciprocamente. In questa fase, il valore del libro non è astratto, ma assolutamente relazionale. Conta il testo, ma conta molto di più chi lo presenta e chi lo vota. Il premio serve a capire chi fa parte dell’establishment culturale e chi ne è fuori; all’inizio non incorona il migliore, ma delimita un campo.

Da salotto a istituzione: quando entrano in gioco le case editrici 

Con la crescita dell’editoria industriale e il consolidarsi del mercato, il Premio Strega cambia funzione, fino a diventare un’istituzione. Vincere, o anche solo entrare nella cinquina dei finalisti, significa ottenere non solo visibilità, ma anche riconoscimento critico. Non crea il successo dell’autore, ma lo ratifica. E soprattutto non scopre nulla: è in questa fase, infatti, che lo Strega smette definitivamente di essere innocente, non perché sia corrotto, ma perché assume un ruolo politico e stabilisce gerarchie di legittimità e non di bellezza testuale. Il vero punto di svolta arriva quando la competizione smette di essere una gara tra autori e diventa lotta tra editori. Il libro resta al centro, ma come vettore di una strategia più ampia: l’autore è, spesso, un ambasciatore nella rete di alleanze editoriali. Lo Strega si trasforma così in una sorta di parlamento letterario, toglie il premio dall’astrazione dell’arte e lo riporta nel fango (nobile) della politica e delle alleanze, dove non vince il testo più audace o più coinvolgente, ma quello più compatibile con il sistema in un determinato momento storico.

Tre casi esemplari (all’ombra della Mole) 

Alcune edizioni rendono questo meccanismo particolarmente visibile, soprattutto quando incrociano la grande tradizione letteraria piemontese. Nel 1950, la vittoria di Cesare Pavese con “La bella estate”, rappresenta la firma sul decreto di consacrazione definitiva di un autore che aveva già cambiato il volto della letteratura italiana. Non si “scopre” Pavese, ma si riconosce ufficialmente il peso specifico della cultura torinese e dell’impegno civile nel dopoguerra. Nel 1963, con “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, il premio celebra la memoria privata che diventa storia collettiva, consacra un’opera che definisce l’identità di un’intera classe intellettuale, quella che gravitava attorno alla casa editrice Einaudi. Nel 1981, infine, il trionfo di Umberto Eco con “Il nome della rosa” segna l’ingresso trionfale del “bestseller colto” come genere. In questo caso, lo Strega non fa altro che prendere atto di un fenomeno già esploso globalmente, confermando che il sistema editoriale sa riconoscere e vendere anche l’esperimento più ambizioso quando diventa successo di massa.

L’attualità: una macchina che lavora in anticipo 

Mentre scriviamo, la cinquina del Premio Strega 2026 non è stata ancora annunciata. Eppure il dibattito è già acceso, i nomi più disparati già circolano, si lavora sulle aspettative e sui posizionamenti. La competizione vera si gioca molto prima della serata finale, spesso tra i padiglioni del Salone del Libro di Torino, dove si firmano i contratti che vedremo al Ninfeo di Villa Giulia l’estate successiva.

Il Premio Strega non è – e non è mai stato – la classifica del miglior libro dell’anno, né un indicatore affidabile di vendite e nemmeno un termometro della genialità letteraria. Molti grandi autori non lo hanno mai vinto, molti vincitori sono stati dimenticati. Ma lo Strega resta centrale perché racconta come funziona il potere culturale in Italia. Non decide cosa vale, ma decide cosa entra nelle case di chi legge. 

Ed è proprio per questo che continua, ogni anno, a far discutere.

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