…A QUANTO PARE NE SIAMO PROPRIO SICURI. GREEN PASS – ATTO SECONDO
Di Miriam Andrea Fadda
Qualche mese fa mi chiedevo se la scelta del GreenPass digitale fosse davvero quella giusta ed a quanto pare secondo i “big” dell’Unione Europea (e non solo loro) lo è. State calmi, questo non è uno dei tanti articoli “vaccino sì, vaccino no”, vuole piuttosto essere una riflessione su un aspetto che pochi sembrano tenere in considerazione in questo momento in cui la preoccupazione principale (giustamente!) è il ritorno ad una reminiscenza di normalità: la sicurezza dei nostri dati.
I rischi legati alla digitalizzazione delle informazioni e dei processi ormai sono sotto gli occhi di tutti: non più tardi di qualche settimana fa un attacco informatico (un ransomware, per dirla come gli esperti) ha bloccato la Colonial Pipeline in North Carolina, con la conseguenza che in tutto lo Stato solo una pompa di benzina su tre aveva carburante. Non per forza, però, a mettere in crisi la sicurezza delle reti e dei dati in quelle contenuti sono misteriosi hacker che navigano il dark web con la stessa tranquillità con cui una influencer fa shopping nei negozi del centro di Milano. Talvolta è sufficiente l’errore umano: una manciata di giorni fa si è verificato un data breach sulla piattaforma del Ministero della Giustizia che gestiva le domande di accesso all’esame di abilitazione alla professione forense. Così i dati di migliaia di praticanti sono stati esposti. Ma tranquilli eh, tutto è stato risolto… nel più assoluto silenzio.
Insomma, le vulnerabilità sono evidenti e non conoscono limiti, né di spazio né di intenzione. Eppure nelle “chiacchiere da bar” l’uomo comune non sembra dare troppo peso a tutto questo. Alzi la mano chi non ha, almeno una volta, fatto click su quel maledetto “accetta cookie”, giusto per togliersi il banner di mezzo e per continuare tranquillamente la propria navigazione, senza avere la minima idea di cosa siano i cookie. La cultura della sicurezza digitale è qualcosa su cui c’è ancora molto da lavorare ed il problema non finisce qui.
Secondo Zeynep Tufekci, scrittrice e sociologa turca il cui lavoro si concentra sulle implicazioni sociali delle nuove tecnologie (che ha pubblicato un interessantissimo articolo sul The Atlantic, tradotto e pubblicato anche dall’Internazionale – https://www.internazionale.it/opinione/zeynep-tufekci/2021/05/20/insicurezza-digitale), “la nostra infrastruttura digitale non è costruita pensando alla sicurezza. Questo perché gran parte del sistema dipende da componenti vecchie, ma anche perché sono mancati gli incentivi a privilegiare la sicurezza […]. La prima versione di internet avrebbe dovuto collegare persone che già nutrivano una certa fiducia reciproca, come i ricercatori universitari e i militari. La rete non ha mai avuto la solidità di cui oggi avrebbe bisogno. Mentre gli utenti di internet sono passati da poche migliaia a più di tre miliardi, i tentativi di migliorare la sicurezza sono stati ostacolati dai costi, dalla scarsa lungimiranza e dai diversi interessi in conflitto tra loro”.
Se queste sono le “basi” di partenza, sembra più che lecito avere qualche dubbio su questo GreenPass che, per tornare nel nostro piccolo orticello domestico, già a qualcuno non piace. E quando questo qualcuno è il Garante della Privacy… L’autorità, infatti, ha emesso un avvertimento con riguardo ai trattamenti dei dati effettuati per il pass, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 3 maggio scorso, con il quale ha dichiarato: “nel progettare l’introduzione della certificazione verde, quale misura volta a contenere e contrastare l’emergenza epidemiologica da Covid-19, si ritiene che non si sia tenuto adeguatamente conto dei rischi […], che l’implementazione della misura determina per i diritti e le libertà degli interessati, e, quindi, non siano state adottate le misure tecniche e organizzative adeguate per attuare in modo efficace i principi di protezione dei dati, integrando nel trattamento degli stessi le garanzie necessarie a soddisfare i requisiti previsti dal regolamento (UE) 2016/679 e a tutelare i diritti degli interessati (art. 25, par. 1, del regolamento)”.
Perplessità su questo strumento sono state espresse anche dall’omologa figura europea (il Garante europeo per la protezione dei dati, conosciuto anche con l’acronimo di EDPS – European Data Protection Supervisor), la cui preoccupazione si è focalizzata sul rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini quando il sistema, ad oggi creato per consentire allo scopo di consentire la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione, potrà poi essere utilizzato per altri scopi. L’EDPS, in un parere congiunto con l’EDPB (European Data Protection Board), ha espresso un concetto di non poca importanza: i cittadini europei non hanno solo il diritto di muoversi all’interno dell’Unione in uno spazio sicuro per la loro salute, ma hanno anche il diritto di sapere cosa è viene certificato dal GreenPass e soprattutto hanno il diritto di fidarsi. E la fiducia non può che passare dalla conoscenza dello strumento, del suo funzionamento e delle modalità di trattamento dei dati sensibili che con esso vengono messi in atto. Un’utopia? Lo scopriremo solo vivendo.





