IL GIORNALISNO È “UN’ARTE”
Di Mauro Fadda
Parlare di giornalismo non è facile.
Secondo Treccani il giornalismo è “l’insieme delle attività e delle tecniche relative alla compilazione, redazione, pubblicazione e diffusione di notizie tramite giornali quotidiani o periodici.” Quindi un semplice lavoro di informazione e nulla più, ma è proprio così? Rispolverando l’assioma di Karl von Clausewitz, da Della guerra (Vom Kriege): “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”. E questo cosa c’entra con il giornalismo, che c’azzecca? (famoso ritornello di Antonio Di Pietro). C’azzecca, c’azzecca. È da qualche tempo che assistiamo ad una trasformazione del mondo dell’informazione: la comunicazione è diventata un potere all’interno dei poteri dello Stato, tanto da essere definito il “Quinto Potere”. E proprio dal film Quinto Potere del 1976, per regia di Sidney Lumet, vi riporto un pezzo del monologo di Howard Beale: “Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero, ma voi tutti ve ne state seduti là, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni età, razza, fede… conoscete soltanto noi! Già cominciate a credere alle illusioni che fabbrichiamo qui, cominciate a credere che la TV è la realtà e che le vostre vite sono irreali. Voi fate tutto quello che la TV vi dice: vi vestite come in TV, mangiate come in TV, tirate su bambini come in TV, persino pensate come in TV. Questa è pazzia di massa, siete tutti matti! In nome di Dio, siete voialtri la realtà: noi siamo le illusioni! Quindi spegnete i vostri televisori, spegneteli ora, spegneteli immediatamente, spegneteli e lasciateli spenti, spegnete i televisori proprio a metà della frase che vi sto dicendo adesso, spegneteli subito!”
Come ogni potere che si rispetti anche il giornalismo ha solo due scelte: entrare in conflitto con gli altri potentati di uno Stato o allearsi. Nel momento in cui stabilisce un’alleanza con un “potere forte” il giornalismo può diventare la prosecuzione della battaglia politica con altri mezzi. La frase potrà apparire esagerata o stravagante, ma a leggere le vicende politiche italiane degli ultimi tempi si direbbe che sia proprio così. Più che informare, l’obiettivo di molti detentori del Quinto Potere è comunicare. E, si sa, tra informazione e comunicazione si registra la medesima differenza che passa fra il fatto e l’opinione, tra la ragione e la passione, tra il distacco e l’emozione, tra lo sforzo di essere obiettivi e la tentazione di buttarla in propaganda. Posso affermare senza ombra di smentita che in molti casi l’informazione non è altro che propaganda. Mi rendo conto che paragonare il giornalismo alla propaganda è come affermare che un cavallo ed un asino sono la stessa cosa, ma anche se in qualche modo qualche somiglianza c’è, anche se appartengono alla stessa famiglia, vi sono diversità genetiche e morfologiche. A sostegno di questa mia tesi cito dal libro di Eldon Taylor, Programmazione Mentale: “Si trattava del subconscio che Edward Bernays cercava di sfruttare. Aveva definito il suo approccio ingegneria del consenso […], basandosi sul lavoro dello zio Freud e dunque attribuendo alle sue tecniche il termine scientifiche. In Propaganda, il suo libro più autorevole, Edward Bernays, afferma che la manipolazione delle masse è assolutamente necessaria. La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini organizzate delle masse costituisce un importante elemento di una società democratica. Coloro i quali manipolano questo impercettibile meccanismo sociale generano un governo invisibile che costituisce il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo governati, le nostre mentalità plasmate, i nostri gusti modellati, le nostre idee suggerite in gran parte da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. Quasi in ogni azione della nostra vita quotidiana, sia questa nell’ambito della politica o degli affari, nel comportamento sociale o nel pensiero etico, siamo dominati da un numero relativamente piccolo di individui che comprendano i processi mentali e gli schemi sociali delle masse. Sono loro che manovrano i fili per controllare l’opinione pubblica.”
Allora c’azzecca, o non c’azzecca?
Come dico sempre, niente di nuovo sotto il sole. Il “potere” da sempre genera conflitti, qualsiasi sia il suo imprinting politico, economico, ideologico, spirituale. Non fa differenza. Questa forma di gestione del sistema umano ha solo uno scopo: sottomettere gli essere umani, con qualsiasi mezzo. Quindi il Quinto Potere, o se volete comunicazione, giornalismo ed informazione, applica la logica degli altri poteri, cioè controllare e sottomettere le masse. Ed è ben lontano dal giornalismo di cui parla l’ex Direttore del Corriere della Sera, Piero Ostellino: “Non è compito di media indipendenti organizzare e condurre campagne pro o contro uomini e partiti politici per delegittimarne il ruolo istituzionale. Dovere dei media è riferire i fatti ed esprimere giudizi verificabili nei fatti. Il resto è militanza politica. Legittima. Ma altra cosa dal giornalismo.”
Cari colleghi giornalisti, j‘accuse! Voi riempite i mass media di comunicazione/informazione “spazzatura” ed in molti casi le notizie vengono manipolate per favorire qualche potentato, ora economico ora politico, o per distruggere persone scomode al sistema e così facendo uccidete il giornalismo. Vi ricordo che nel Testo Unico dei Doveri del Giornalisti, entrato in vigore il primo gennaio 2021, c’è scritto all’ articolo 1), secondo comma: “È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede.”. Nella nostra storia ci sono stati grandi giornalisti e ne voglio ricordare uno: Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanelli. Quando il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga decise di nominarlo senatore a vita, lui rifiutò e scrisse una lunga lettera al Capo dello Stato, pregandolo di rinunciare alla nomina, chiedendo, tra l’altro, “di non mettermi nella spiacevole condizione di un rifiuto, che potrebbe apparire come segno di spregio e di tracotanza. Niente di più lontano dal mio animo. Purtroppo, il modello di giornalista assolutamente indipendente, anzi estraneo al Palazzo, che per sessant’anni ho perseguito e, spero, realizzato, mi vieta di accettare la lusinghiera offerta” (fonte: https://www.adnkronos.com).
Secondo il fondatore del “Giornale”, il giornalismo doveva rispettare tre semplici regole:
- Prima regola per un giornalismo eticamente corretto: Guadagnarsi la fiducia del lettore dicendo sempre tutta la verità e, se ci si sbaglia, chiedere scusa immediatamente.
- Seconda regola per un giornalismo eticamente corretto: Scrivere con un linguaggio semplice, quello del lettore e non quello “dell’Accademia, peste e dannazione di una cultura”. Essere sempre al servizio del lettore.
- Terza regola per un giornalismo eticamente corretto: Non far mai sentire al lettore la propria opinione.
(fonte: http://uomoqualunque.net)
Il giornalismo è “un’arte” e l’arte è per l’arte. Ars gratia artis è una frase latina che significa “l’arte per l’arte”, ossia “l’arte solo per l’arte stessa”. Con questa s’afferma che la vera arte è fine a sé stessa e s’esclude ogni fine che non sia la pura e disinteressata bellezza. Quindi il giornalismo si fa per il giornalismo e per nessun’altra cosa, né per il potere, né per i privilegi. Il nostro mestiere è bellissimo. Non deve servire ad arricchirci e tanto meno ad ottenere una posizione di “prestigio” nei vertici del potere economico/politico/sociale. Molti grandi artisti sono morti in povertà. Ne cito uno per tutti: Vincent van Gogh. Oggi le sue opere valgono milioni di euro ed il mondo lo ricorda non per il valore economico delle sue opere, ma per l’unicità e la bellezza dei suoi dipinti. Così Indro Montanelli che non viene ricordato per quanto guadagnasse nel suo mestiere, ma in quanto grande giornalista.
Oggi molti talk shows, programmi spesso di origine americana fanno “spettacolo” con il “giornalismo”. O meglio, queste “americanate” hanno ridotto il “giornalismo” ad uno “spettacolo”. È come dire che durante uno spettacolo teatrale, magari una tragedia greca alla Scala di Milano, ad un certo punto entra in scena un giornalista e legge le news del giorno!
Concludo riportando di seguito un brano di Leandro Castellani, pubblicato su www.lacomunicazione.it: “La formula del talk shows può incorrere in due rischi principali: quello di fornire un indebito accredito a personaggi e posizioni discutibili e quello di omologare comportamenti e modi di pensare talora di opinabile validità.
In altre parole la ribalta televisiva – che nel t.s. si trasforma in salotto, o in tribuna o in aula processuale o in arengo – pone fatalmente sullo stesso piano contenuti e argomenti assai lontani, finendo per livellare e rendere interscambiabili temi di differente rilievo e importanza: un’esperienza di vita vale la descrizione del costume degli animali, l’incontro con un personaggio stravagante vale una professione di militanza politica, un’invenzione scientifica vale una ‘trovata’ eccentrica. Tutto fa spettacolo, tutto ‘è’ spettacolo, ogni dieci minuti ‘si volta pagina’, non appena si corre il rischio che l’interesse epidermico dello spettatore possa esaurirsi.
Vero deus ex machina della formula è il conduttore che, con le sue osservazioni e i suoi commenti, spesso taciti – uno sguardo d’approvazione, un sorriso ironico – indica di fatto al pubblico come giudicare situazioni e personaggi. Dunque sono il conduttore e il suo programma ad ‘accreditare’ partecipanti e argomenti. La vetrina del t.s. influisce decisamente sul metro di giudizio del telespettatore. Essa può ‘inventare’ e lanciare in breve tempo personaggi per l’addietro ignorati, privilegiando la dialettica rissosa e l’eccentricità.”





