Gli anni ’20 di Berlino. Tra miseria e splendore
Gli anni '20 di Berlino. Tra miseria e splendore
GLI ANNI 20 DI BERLINO TRA MISERIA E SPLENDORE
Berlino è da sempre divisa tra miseria e splendore; povertà e ricchezza. Nel riscoprire gli anni 20 di Berlino tra le vie di Charlottenburg ed il Mitte si cerca di ricostruire un passato che echeggia in un presente fatto di grandi spazi vuoti. L’affascinante dualismo di cui un tempo godeva la città, è oggi un muro invisibile che separa più che mai ciò che è stato da ciò che sarà.
BERLINO E LO SPLENDORE
Una ampia porta a vetri ci fa accedere all’Europa Center nella zona di Charlottenburg – un tempo il rifugio dell’alta borghesia intellettuale, oggi la casa dei grossi marchi d’alta moda internazionale. È un caldo pomeriggio di agosto e dalle pareti non trasudano ricordi, piuttosto, su di esse si condensa una realtà sempre più inafferrabile. Attraversando però i freddi corridoi del centro commerciale notiamo sulla sinistra una stanza che emana un calore diverso da ciò che siamo abituati a sopportare durante i nostri afosi pomeriggi estivi. Quello del Romanisches Café è un calore avvolgente: un luogo in cui durante i primi anni del 900 si aspettava il sole davanti a una tazza di tè, in compagnia di qualcuno con cui condividere le proprie gioie o delusioni.
Su dei pannelli vengono illustrate le usanze dell’epoca; notiamo inoltre i volti noti di personalità del cinema che un tempo frequentavano il locale e una frase in tedesco dell’attrice ungherese Gitta Alpár: “Siamo giovani e la vita ci appartiene”. Una affermazione che ci riporta agli anni dell’espressionismo tedesco in cui artiste come Marta Astfalck-Vietz si facevano promotrici della concezione edonistica che ha caratterizzato gli anni della Repubblica di Weimar, tempo in cui si dava voce al proprio sentire non solo per esprimere un desiderio di evasione ma soprattutto per liberarsi dalle proprie angosce.
BERLINO E LA MISERIA
Passando per il Mitte veniamo immediatamente travolti dall’efficienza di una macchina produttiva in costante sviluppo, la stessa che durante il periodo del boom industriale si era proposta come valida alternativa alla fallibilità umana. Metropolis di Fritz Lang, proiettato per pochi giorni al cinema Babylon, è un film che riflette la dicotomia di quegli anni ed il tentativo di contrastare un mondo immorale che si determina nel racconto attraverso l’unico ruolo femminile.
La magia di una città in costruzione all’alba di una nuova era si esprime in arte attraverso il nuovo oggettivismo che fa da contraltare alla corrente espressionista; una storia d’amore con una realtà cruda che a differenza del neorealismo italiano si impregna di una macabra ma satirica (di quella satira un po’ ribelle di cui parlava Marlene Dietrich) rappresentazione dei suoi personaggi. Come diceva Rousseau, all’interno di una società in evoluzione cresce un uomo sempre più intossicato e quindi ci si chiede: dove risiede la vera miseria?
BERLINO E LE CITTA’ DEL FUTURO
Nel paragonare il passato con il presente ci si ritrova sempre spettatori di un trucco illusionistico. La nuova élite culturale esiste ma si nasconde dietro uno smartphone e l’AI è diventata la nuova frontiera rivoluzionaria di un mondo che cambia solo il suo modo di esercitare la crudeltà. Locali storici come il Paris Bar diventano delle imitazioni di loro stessi e la crisi sociale abbraccia anche quella industriale; si pensa soprattutto alla tempesta che ha sconvolto di recente le aziende automobilistiche e digitali. I dati raccolti dall’associazione Paritätischer Gesamtverband rivelano che nel 2024 circa 13 milioni di persone, ovvero circa il 15,5% della popolazione tedesca, hanno vissuto in condizioni di povertà. Causa l’inflazione che ha portato inoltre la nuova generazione a risparmiare sul divertimento.
La povertà c’è sempre stata ed i problemi politici nonché sociali sono le uniche costanti di un paese in trasformazione, la sensazione che però si ha è che città come Berlino non si offrono più come luoghi di confronto ma sono ormai relegate ad essere delle fotografie appese alle pareti. Gli spazi di evasione che ci siamo creati oggi per declinare il cambiamento sociale esistono all’interno delle nostre menti. La partecipazione collettiva avviene infatti solo per mezzo di un profilo social sempre più ottimizzato a rafforzare un pensiero unico privo di sfumature e contrasti. Prima si innalzavano muri di contenimento, oggi esiste una bolla virtuale per arginare il mare dei desideri, bloccando l’accesso verso le opportunità che il contatto con l’esterno ci potrebbe offrire.







