Saetta e i Carabinieri: quando il robot diventa compagno di pattuglia
saetta e carabinieri
L’arrivo di Saetta, il quadrupede robotico in dotazione all’Arma dei Carabinieri, rappresenta molto più di una semplice innovazione tecnologica. Progettato per operare negli scenari più pericolosi, il “cane robot” apre una nuova fase nel rapporto tra uomo e macchina, portando l’intelligenza artificiale e la robotica avanzata al servizio della sicurezza pubblica. Ma oltre alle sue capacità operative, la sua presenza solleva interrogativi culturali e sociali destinati a segnare il futuro delle forze dell’ordine.
Non è solo un aggiornamento tecnologico, ma costituisce un punto di rottura nell’immaginario collettivo della sicurezza. Per secoli il legame tra il militare e il suo cane ha rappresentato un’alleanza basata su relazione e addestramento.
L’uomo e il cane: le origini
Se 15000 anni fa, il primo lupo addomesticato fu usato come sentinella notturna, 4000 anni fa, finì per diventare per gli Egizi un vero alleato in battaglia durante l’invasione degli Hyksos nel XVIII sec. a.C.
Gli Assiri di Tiglat Pileser nel 1115 a.C. attraversarono l’Eufrate con i loro cani alla volta di Kermish, arrivarono al lago di Van, in Anatolia, e raggiunsero l’area del Mediterraneo conquistando la Fenicia intera. Lo stesso Giulio Cesare sbarcò in Britannia contro i Celti e ai loro numerosissimi mastini inglesi da guerra. Il molosso romano (antenato del moderno mastino napoletano) divenne il Canis Pugnax per eccellenza: il console romano Marco Pomponio Matho guidò una legione di soldati e animali fino in Sardegna.
Per migliaia di anni questi alleati hanno avuto un tratto comune: erano esseri viventi. Condividevano con l’uomo la fatica, l’istinto di sopravvivenza e, in qualche misura, la percezione del pericolo.
Saetta, il nuovo alleato tecnologico dell’Arma
Basato sulla piattaforma Spot della Boston Dynamics e personalizzato per le esigenze operative del nucleo artificieri, Saetta interviene da qualche anno nelle situazioni più delicate. Può essere controllato da 150 metri di distanza e muoversi autonomamente su terreni sconnessi, salire e scendere scale, superare ostacoli e trasmettere immagini in tempo reale agli operatori. Dotato di sensori laser, telecamere HD e sistemi di rilevamento avanzati, viene inviato in avanscoperta dove l’accesso umano è troppo rischioso: è in grado di individuare ordigni esplosivi sospetti, edifici pericolanti, aree contaminate da sostanze chimiche, biologiche o radioattive.
Per millenni la fiducia operativa è stata affidata a esseri viventi e ognuno portava con sé un margine di imprevedibilità, ma anche la capacità di adattarsi alle situazioni. Il cane reale mette a disposizione capacità straordinarie tramite l’apprendimento e la relazione con il conduttore, il robot, invece, offre la possibilità di affrontare il rischio senza esporre né uomini né animali al pericolo. Saetta non sostituisce il cane delle unità cinofile, ma occupa uno spazio operativo che fino a pochi anni fa non esisteva.
La vera novità non è soltanto tecnologica
Il filosofo tedesco Martin Heidegger sosteneva che la tecnica non è mai un semplice insieme di strumenti: ogni innovazione modifica il modo in cui l’uomo guarda al mondo e comprende se stesso. Da questa prospettiva, Saetta non è solo un cambio di equipaggiamento, ma un vero e proprio cambiamento di paradigma culturale: per la prima volta un “compagno di pattuglia” non appartiene al regno animale, ma è un insieme di sensori e circuiti elettronici progettato per amplificare le capacità dell’operatore. La riuscita di una operazione non si basa più sull’istinto o sull’addestramento reciproco, ma sull’affidabilità del software e sulla precisione dei dati raccolti. Dietro ogni suo movimento ci sono operatori che interpretano i dati, valutano i rischi e decidono come intervenire.
Se il Novecento ha costruito l’immagine del carabiniere accompagnato dal cane addestrato, il XXI secolo potrebbe essere ricordato come l’epoca in cui accanto alla divisa è comparsa una macchina capace di vedere al buio, rilevare sostanze invisibili e affrontare il pericolo senza paura. Non perché sia coraggiosa, ma perché non conosce la paura. E proprio per questo costringe noi a interrogarci sul significato stesso del coraggio umano.
Ogni epoca viene ricordata per gli strumenti d’innovazione che ha costruito, ma soprattutto per le domande che quegli strumenti sono state in grado di generare. Il cane robot ci ricorda che la frontiera tra naturale e artificiale, tra presenza umana e assistenza tecnologica, è sempre più sottile. E che il futuro non dipenderà soltanto da ciò che le macchine saranno capaci di fare, ma da ciò che gli uomini decideranno di delegare loro.







