Blu ricordo il memoir di Emiliano Cribari
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“Blu ricordo” di Emiliano Cribari è un testo sfuggente perché non può essere classificato in maniera immediata: se è vero che è un memoir, è anche vero che si presenta come un diario di viaggio e ancor più come un album fotografico.
Opera limen, opera di confine tra ricerca e memoria, tar parole e immagini.
Emiliano Cribari e il viaggio nella memoria della Calabria
Siamo in Calabria, eccoci in Aspromonte e i paesi della costa tirrenica, la composizione di Cribari parte da un ritrovamento: le vecchie fotografie di suo nonno.
Ecco allora che nasce un dialogo ideale tra due uomini separati da quasi settant’anni ma accomunati dalla stessa nostalgia, e la stessa terra.
Le immagini si fanno ponte temporale, un dispositivo emotivo capace di trattenere ciò che il tempo tende a consumare. Come scrive Cribari: “Io fotografo le crepe… Io prego il passato”.

La fotografia come strumento di identità e resistenza
E questo tentativo di abitare uno spazio appartenente al passato senza lasciare posto al rimpianto.
Emiliano Cribari parla e osserva le ferite dei luoghi e delle persone con uno sguardo poetico ma logico, lucido, attuale.
In altre parole dedica alla narrazione dei paesi calabresi una descrizione dettagliata proprio come le “rughe” del nonno, le sue, del tempo che trascorre sulle vite, come segni del tempo di chi parte, chi è partito chi è ritornato e chi no.
Da un punto di vista meramente stilistico, Cribari scrive così come fotografa: per dettagli, lampi, crepe di luce.
Da lettore si sente l’odore delle case chiuse, il vento dell’Aspromonte, il silenzio delle stazioni di provincia.
La scrittura possiede una qualità rarefatta che ricorda certi autori del paesaggio interiore, da Franco Arminio fino a Luigi Ghirri nella sua dimensione visiva.
Interessante anche il modo in cui il libro riflette sul rapporto tra fotografia e identità.
In un’intervista pubblicata da Emuse, Cribari racconta che il nonno usava la fotografia come una forma di uscita dal tempo quotidiano, quasi un gesto di resistenza contro la scomparsa. Questa intuizione attraversa tutto il libro: fotografare significa salvare qualcosa dall’oblio, ma anche accettare che ogni immagine sia, inevitabilmente, la testimonianza di un qualsiasi “trascorso” passato.
Il passato e la memoria né mia né tua: di tutti
“Blu ricordo” riesce inoltre a evitare un rischio frequente nelle opere autobiografiche: quello dell’autoreferenzialità. Pur partendo da una storia personale, il libro parla a chiunque abbia cercato di ricostruire le proprie radici attraverso oggetti, fotografie o racconti familiari. In questo senso il testo assume un valore universale: il passato individuale diventa memoria collettiva.
Un’operazione e opera delicata, Cribari con il suo sottovoce, non cerca il dramma, né il semplice ricordare, perfettamente malinconico si affida alle sfumature, ai silenzi, ai vuoti lasciati dalle persone amate.
È una scrittura che chiede lentezza, attenzione, disponibilità all’ascolto.
“Blu ricordo” è dunque un’opera intima e profondamente contemporanea, capace di interrogare il nostro rapporto con il tempo, con i luoghi abbandonati e con ciò che continuiamo ostinatamente a custodire dentro di noi. Un libro che non si limita a raccontare la memoria: la rende viva.







