Byung-Chul Han, Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione
byung-chul_han ritratto
L’autore di Infocrazia torna in libreria con il un saggio edito Einaudi Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione.
“La speranza è uno slancio, è un salto” G. Marcel, ecco l’incipit del saggio del coreano – tedesco Byung-Chul Han che pur partendo da una situazione attuale di impasse creativa, rileva nella speranza un motore acceso contro l’angoscia.
Se l’angoscia non cede il passo e ci costringe all’immobilismo, la speranza si presenta come il suo perfetto contrario.
Il binario su cui muove il filosofo Byung-Chul Han è quello dell’idea – concetto di Noi e di comunità, propri della speranza, assolutamente estranei all’angoscia.
Se da un lato la storia del concetto di speranza la individua come passività e debolezza il filosofo coreano effettua un rigoroso distinguo tra la speranza passiva e quella reattiva, forte e agente.
Se la speranza passiva equivale ad un desiderio senza forze, quella attiva e forte, al contrario, spinge le persone a compiere qualcosa di creativo insieme: «È l’ostetrica del nuovo. Senza speranza non vi è nessuna partenza, nessuna rivoluzione» (p. 29).

L’oggi, così come analizzato da Byung-Chul Han viene descritto come pandemia dell’angoscia dove regna il concetto dell’Uguale, la ripetizione dell’Uguale, inteso come parametro (forse le leggi del marketing?) che appiattisce e non rigenera, che leviga e non appassiona.
Ecco allora la speranza apre l’orizzonte della sensatezza che nuovamente anima e mette le ali alla vita, perché solo la speranza intensifica il senso del possibile.
Solo chi spera sa aprirsi a nuove possibilità, che senza di essa non sarebbero pensabili né riconoscibili.
Interessante è la visione di Nietzsche che fa notare Han, secondo cui possiamo intendere la speranza come una condizione particolare dello spirito, analoga alla gravidanza, infatti: «Sperare significa essere pronti alla nascita del nuovo» (p. 29). L’attenzione per il ciò-che-non-è-ancora è decisiva.
Ma come rivoltarsi all’uguale? Byung-Chul Han ci descrive l’angoscia come il silenzio su ogni narrazione: l’angoscia è l’impossibilità di narrare.
Ecco allora, la ricerca, di nuove narrazioni, nuovi argomenti, nuove danze del collettivo.
Impossibile non tornare ad Heidegger nel senso più tragico, l’uomo dell’oggi è smarrito nel rumore della produzione e, quindi, ha smarrito il senso autentico dell’Esserci.
In questo contesto la libertà non è altro che affrancamento del giogo dell’autosfruttamento.
In questo senso allora, Contro la società dell’angoscia si impone come una fenomenologia radicale del presente.
Byung-Chul Han non si limita all’anatomia del neoliberismo, ma tratteggia una via di fuga fondata sull’elogio della lentezza e del silenzio.
Sebbene la riconquista dell’autenticità appaia come un’utopia necessaria in un mondo votato all’accelerazione, il monito di Han resta imprescindibile: ci avverte del pericolo di un capitalismo capace di trasformare la vittima nel carnefice di sé stessa.







