Vivere per sempre in ChatGPT
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Vivere per sempre in ChatGPT
Vivere per sempre. L’Aldilà ai tempi di ChatGPT è l’ultimo lavoro del tanatologo e filosofo torinese Davide Sisto, che esplora anche il fenomeno delle App dell’Aldilà.
Fantascienza?
Non proprio.
Il saggio edito da Bollati Boringhieri (Vivere per sempre. L’Aldilà ai tempi di ChatGPT 14.00 euro, 176 pp), indaga, grazie allo studio del filosofo Sisto, il rapporto tra morte o idea di morte e tecnologia.
Dove ci eravamo lasciati?
Già nel 2018 Sisto pubblicava il saggio “La morte si fa Social”, destando un certo scalpore in ambito accademico e non, e prosegue oggi il dibattito connettendolo all’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa.
Avatar e voci sintetiche che prendono le sembianze del caro defunto occupando un posto nel reale quotidiano.
È quel che l’autore Sisto definisce “foreverismo” ovvero un fenomeno comune per il quale conserviamo vocali e ogni altra cosa, quell impronta digitale lasciata dalla persona scomparsa e favorendo una rimozione del concetto di morte e lutto in favore di “continuare a essere” in forma digitale.
È tutta illusione?

La nostalgia non mancherà, e questa modificazione della memoria, lasciando attivi messaggi vocali, pagine Social e quant’altro, è probabile che acuiscono il senso di perdita e costruisca un immaginario ancora più doloroso da lasciar andare.
Accettare la finitezza della vita è un percorso insopportabile ma l’illusione del foreverismo lo è forse ancor di più.
È un fenomeno italiano quello di rendere le ceneri del defunto un piccolo diamante da custodire per sé, non conosciamo le percentuali ma un discreto numero di italiani si rivolge alla vicina Svizzera per adempiere a questo fatto del tutto simbolico che in questo caso implica un’idea di trasformazione e simbologia comprensibili e accettabili.
Diventare un oggetto prezioso come simbolo di una trasformazione non è paragonabile a una cristallizzazione, invece, immobile che ci porta a scrivere messaggi su una pagina Facebook non più attiva dell’utente scomparso, oppure chiedere ad Alexa di avviare gli ultimi vocali ricevuti dal defunto.
È un fenomeno anche Occidentale, nonostante sia più comune in Paesi quali Giappone e Corea del Sud, animare con l’IA foto risalenti agli anni ’70 quando i genitori erano in pieno vigore.
Un ricordo? Un bisogno? Un’illusione che conforta?
Il dibattito è ampio e aperto sul neologismo foreverismo adottato da Sisto da Grafton Tunner, filosofo, il concetto riesce a fotografare la necessità contemporanea di registrare tutto, entrando in un loop in mortem che non è mai post.
Il filosofo descrive il foreverismo come “fine della nostalgia” citando Vladimir Jankélévitch nella definizione di nostalgia come miseria dell’irreversibile, il nodo cruciale sembra essere proprio questa reiterazione dell’impronta del defunto che non cede il passo alla nostalgia della fine.
È quasi una dolorosa messa in scena di uno stato che non è ma c’è, qualcosa su cui riflettere e che non ha tanto a che fare con la resa pubblica del dolore quanto piuttosto sull’incapacità di superare il dolore della morte riempiendo quel vuoto fisico con un generatore AI.
Non c’è giudizio, non c’è rimprovero ma una profonda riflessione su strumenti come Thanabot e altre App che rimandano a una morte più profonda quella della coscienza.







