Linciaggio mediatico: il tribunale del fango e i limiti della satira
Linciaggio mediatico
Si assiste sempre più di frequente a contenuti pubblicati sui social e a trasmissioni satiriche che, correndo dietro ai like e allo share, hanno smesso di aspettare i fatti, preferendo servire al pubblico il colpevole del giorno. Ma perché godiamo nel vedere qualcuno cadere? Cos’è che ci spinge ad avere “fame di fango”?
Girard e Nietzsche sulla violenza collettiva
Per comprendere questa “fame”, occorre tornare a una dinamica arcaica che l’antropologo René Girard ha identificato come il meccanismo del capro espiatorio. Secondo Girard, le società tendono ad accumulare tensioni e invidie interne che rischierebbero di esplodere in una violenza diffusa. Per evitare l’autodistruzione, la comunità devia questa aggressività su un’unica vittima, scelta spesso per la sua diversità, o come ai giorni nostri, per la sua visibilità. Nei tribunali social, colpire insieme genera quello che si chiama senso di falsa coesione: il fango versato sul soggetto bersaglio diventa il collante che tiene insieme il gruppo: se ci facciamo caso, i commenti più violenti spesso provengono da ambienti simili.
C’è poi una radice psicologica più profonda, quella che Friedrich Nietzsche chiamava Ressentiment (risentimento), ed è la reazione tipica di chi sentendosi impotente o mediocre, prova un piacere sottile nel vedere chi eccelle o chi semplicemente si espone diversamente, venire trascinato nel fango. Il linciaggio mediatico diventa così la “vendetta dei piccoli”: abbassare l’altro per sentirsi, anche solo per un istante, alla sua altezza, dove l’eccellenza o l’esuberanza individuale vengono percepite come una minaccia da livellare attraverso la ridicolizzazione.
La satira dalle origini ai giorni nostri
Storicamente, la satira nasce con una missione precisa: “castigat ridendo mores”, ossia corregge i costumi attraverso il riso. Da Aristofane nell’antica Grecia a Orazio e Giovenale nella Roma imperiale, il genere oscillava tra due anime: quella “oraziana”, più mite e volta a far sorridere dei difetti umani, e quella “giovenaliana”, feroce e indignata contro la corruzione. Il confine era chiaro: la satira doveva colpire il vizio, non l’uomo in quanto tale, mentre oggi è diventato più sfumato.
Il bersaglio era il potente che abusava del suo ruolo o di un’istituzione. Un caso storico esemplare è quello delle “Pasquinate“ a Roma: nel ‘500 c’erano statue parlanti su cui venivano affissi versi anonimi che sbeffeggiavano l’arroganza dei Papi e dell’aristocrazia del tempo. Lì, la satira era l’unica voce libera contro un potere assoluto. Qualche secolo dopo, sempre a Roma,Trastevere diventa l’anima pulsante della satira romana. Il testimone di Pasquino, il sarto dalla “lingua lunga”, è stato raccolto dai due più grandi poeti satirici della storia: Gioachino Belli e Trilussa.
Oggi, il confine è diventato labile, ma la giurisprudenza e, soprattutto, l’etica indicano tre pilastri invalicabili quali la pertinenza (la critica deve riguardare un tema di interesse pubblico, se l’attacco scivola sul privato, sull’aspetto fisico o su presunte colpe personali non accertate non è più considerata satira, ma invettiva), la continenza (cioè non deve sfociare nel puro insulto fine a se stesso, e il nucleo di verità (la satira può deformare la realtà, ma non può inventare un fatto falso per distruggere una persona, si configurerebbe il reato di diffamazione). Quando la risata non serve più a “smascherare il re”, ma a schiacciare o colpire la dignità di chi non può difendersi, la satira muore e nasce il bullismo mediatico.
Ogni volta che partecipiamo a un linciaggio mediatico, non stiamo solo giudicando, stiamo validando un comportamento nella società in cui nessuno sarà al sicuro quando toccherà a lui. Perché il tribunale del fango non assolve nessuno, ma fa perdere la capacità di riconoscere nell’altro quella fragilità che pretendiamo venga capita in noi stessi.
Non è il fango che sporca di più, ma il piacere con cui lo lanciamo.






