35.000 bambini ucraini dispersi: la lunga storia dei bambini sottratti nei conflitti
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Dalla Roma Imperiale alla Germania nazista, passando per l’Impero Ottomano e l’Argentina del Novecento, la sottrazione forzata dei bambini durante i conflitti è una pratica documentata nel tempo. Oggi, con le migliaia di minori ucraini trasferiti nei territori sotto controllo russo, la storia ci ripropone interrogativi su memoria, identità e diritto minorile.
Una strategia antica quanto brutale
Secondo i dati forniti da organizzazioni internazionali e autorità ucraine, con l’invasione russa dei territori ucraini, a partire dal febbraio 2022 migliaia di bambini sono spariti da ospedali e case famiglia. Molti di questi minori si troverebbero nei territori occupati, mentre gli orfani prelevati direttamente sui campi di battaglia, si troverebbero in Russia, sottoposti a processi di rieducazione, cambi d’identità e, in alcuni casi, adozione forzata. La Corte Penale Internazionale ha definito tali pratiche come crimini di guerra, emettendo un mandato d’arresto contro Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova, commissaria per i diritti dell’infanzia. Ma la storia ci insegna che questa non è una procedura inedita. La sottrazione di minori era, ed è tutt’ora, una strategia di guerra usata non solo come mezzo per la trattativa o di destabilizzazione interna, ma anche un atto mirato a indebolire il tessuto sociale delle popolazioni occupate.
Dai Romani ai Giannizzeri: l’infanzia come strumento di potere
Nella Roma imperiale era prassi prendere come ostaggi i figli dei capi tribù e portarli a Roma per essere rieducati secondo i valori e le istituzioni dell’Impero. Si trattava di una forma di romanizzazione strategica, volta a formare élite di locali fedeli a Roma. Il caso più emblematico è quello di Arminio, figlio di un Reik germanico, cresciuto come cittadino romano e poi diventato ufficiale. In seguito, Arminio si ribellò all’autorità imperiale guidando la rivolta di Marcomanni e Cherusci, nella battaglia di Teutoburgo (9 d.C.). Tra il XV e il XVII secolo, dall’Impero Ottomano venne adottata una pratica sistematica chiamata devşirme: i bambini cristiani dei Balcani venivano prelevati dalle famiglie e convertiti all’Islam, per poi essere addestrati come membri del corpo d’élite dei Giannizzeri. Questa forma di “assimilazione”, invece, avveniva attraverso la rottura totale dei legami familiari e culturali originari.
Dalla Germania nazista all’Argentina: identità da riscrivere
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il regime nazista mise in atto un programma per la “germanizzazione” dei territori occupati. I bambini ritenuti “idonei” (cioè quelli dai tratti somatici rientranti nei parametri della “razza ariana”), furono sottratti a famiglie polacche, ceche, baltiche e dati in adozione a famiglie tedesche con l’obiettivo di cancellare loro l’identità originaria. Per chi non era “idoneo”, c’era l’internamento nei campi. In un contesto diverso, ma con logiche affini, in Argentina, tra il 1976 e il 1983, la dittatura militare portò alla sottrazione dei figli dei desaparecidos. Infatti, tra i dissidenti, le donne in stato di gravidanza al momento dell’arresto vennero fatte partorire nei centri di detenzione; i neonati dopo poche ore furono affidati a famiglie vicine al regime. Solo molti anni dopo, grazie al lavoro delle Abuelas de Plaza de Mayo, per tanti di loro, fu possibile ricostruire la propria storia.
Il controllo sull’infanzia è stato sempre un mezzo per influenzare o rimodellare l’identità collettiva. Se è vero che ogni caso va valutato nel suo tempo, perchè a cambiare sono mezzi e contesti, forse la domanda da porsi è: cosa si perde, individualmente e collettivamente, quando un bambino viene separato dal contesto di origine per essere inserito in una nuova realtà? La riflessione storica aiuta a comprendere meglio il presente e ad ampliare la visione oltre il dato contingente.
Perché quando la storia si ripete, spesso non lo fa per caso, ma per mancanza di memoria.







