Perché i farmaci veterinari costano di più di quelli umani?
Farmaci Veterinari
Oggi gli animali d’affezione sono considerati membri della famiglia a tutti gli effetti. Le aziende farmaceutiche sanno che c’è una crescente sensibilità in tema di salute e, di conseguenza, la disponibilità a spendere per “l’amico peloso” è altissima. Spesso ci si trova davanti a differenze di prezzo notevoli per molecole identiche a quelle destinate all’uso umano, con un peso non indifferente sul budget familiare. Ma perché arrivano a costare fino a venti volte di più del corrispettivo farmaco umano?
Il paradosso in farmacia
Entrare in farmacia con una ricetta veterinaria è diventato, per milioni di italiani, un momento di autentico shock: ci si ritrova davanti a uno scontrino che sembra sfidare ogni logica economica. Facciamo due esempi di farmaci salvavita tra i più conosciuti.
Uno dei più utilizzati contro l’epilessia è il Fenobarbitale. La confezione per cani da 100 mg contiene 100 compresse e costa all’incirca 35 euro; l’analogo umano, in confezione da 20 compresse da 100 mg, costa € 1,50. Questo vuol dire che una compressa veterinaria costa 0,35 euro, mentre una compressa umana costa 0,075 euro: stesso farmaco, stesso dosaggio. Identica questione per la Furosemide, per i pazienti cardiopatici, che ha un rapporto di tredici a uno tra farmaco veterinario e umano. Una considerazione va fatta anche sulla questione IVA: mentre sui farmaci umani è agevolata al 10%, sui farmaci veterinari si applica l’aliquota ordinaria del 22%. Solo questo passaggio basta a gonfiare lo scontrino del 12% in più rispetto ai medicinali per noi.
La differenza di prezzo spiegata dalle Case Farmaceutiche
Per le aziende farmaceutiche ci sono tre motivi essenziali a spiegare la differenza di prezzo. Quando decidono di registrare un farmaco umano per uso veterinario, non stanno solo vendendo la molecola, stanno pagando per una nuova “etichetta” legale. Devono rifare i test di stabilità, creare un foglietto illustrativo specifico e gestire una catena di distribuzione molto più piccola. Il secondo motivo è nel packaging: nella versione veterinaria si paga spesso la facilità di dosaggio. Le compresse per i nostri amici animali, sono spesso “rese appetibili” o fatte per essere divise esattamente in due o quattro parti per adattarsi ai diversi pesi (cosa che nella compressa umana da 1,50 €, guarda caso, non si trova).
In ultimo, le case farmaceutiche sostengono che, sempre per rimanere sui due esempi, per vendere la Furosemide ai cani, hanno dovuto condurre studi clinici specifici sulla specie, spesso su numeri più ridotti ma comunque costosi in rapporto a un mercato più piccolo; per questo, cercano di recuperare l’investimento in tempi brevi applicando prezzi molto alti.
La legge della “cascata” e il Decreto Speranza (2021)
In Italia vige il principio della cosiddetta “cascata”: il veterinario deve prima considerare un farmaco autorizzato per quella specie, poi eventualmente uno per un’altra specie, quindi un farmaco umano e, in ultima istanza, una preparazione galenica. Questa regola in teoria nasce con l’intento di garantire la massima sicurezza (test specifici su quella specie), ma all’atto pratico crea un monopolio legale per le case farmaceutiche, che possono fissare prezzi molto più alti senza temere la concorrenza del farmaco umano “low cost”.
Ma da maggio 2021, qualcosa è cambiato. Il “Decreto Speranza” (D.M. 14/04/2021) permette ai veterinari di prescrivere farmaci ad uso umano per animali non destinati alla produzione di alimenti (pet), qualora sia più economico rispetto all’equivalente veterinario, a patto che abbiano lo stesso principio attivo. Questa norma mira, in teoria, a ridurre i costi per i proprietari, ma impone rigorose condizioni tra cui la responsabilità diretta del medico e l’uso in deroga. Ma allora, perché paghiamo ancora tanto? Perché la legge non è un “liberi tutti”. Il veterinario deve comunque giustificare la scelta e assicurarsi che non ci siano rischi per l’animale, oltre che redigere una ricetta apposita che lo sottopone a probabili controlli fiscali e legali.
La “Pet Humanization”: la leva dell’affetto
Come si è visto, mentre lo Stato negozia e “calmiera” i prezzi dei farmaci umani essenziali e i salvavita, il mercato veterinario è un mercato libero. Senza un controllo sui prezzi, le aziende puntano tutto sul legame affettivo: sanno che un proprietario, davanti a una diagnosi potenzialmente letale, farà di tutto per acquistare il farmaco, qualunque sia il prezzo. Sebbene la scienza e la sicurezza abbiano i loro costi, è evidente che oggi il proprietario di un animale domestico paga una vera e propria “tassa sull’affetto”.
Informarsi e dialogare apertamente con il proprio veterinario sulla possibilità di ricorrere a farmaci generici o all’uso in deroga rimane l’unica via per conciliare il diritto alla salute dei nostri amici con la sostenibilità del bilancio familiare.







