Città da gustare: come la foodification sta trasformando i centri urbani
Foodification
L’economia del gusto tra turismo, gentrificazione e consumo esperienziale
Girare per molti centri urbani significa imbattersi in innumerevoli luoghi legati al consumo di cibo, che lentamente stanno modificando la morfologia commerciale e sociale delle città. Negli ultimi anni stiamo assistendo al fenomeno della foodification, ovvero la progressiva trasformazione delle attività commerciali dei centri urbani in luoghi legati al cibo, sostituendo altre funzioni urbane tradizionali. La geografia dei centri si sta ridisegnando in urban foodscapes, paesaggi urbani legati strettamente al consumo alimentare, che si adattano di anno in anno, e di tendenza in tendenza, ai bisogni del mercato turistico, scolorendo progressivamente la tradizione locale.
Quando il cibo si mangia le città
Il fenomeno è relativamente recente e gli studi a riguardo si sviluppano prevalentemente nel decennio scorso, concentrandosi su città italiane dalla forte vocazione turistica come Bologna, Venezia, Torino e Firenze. L’origine del termine foodification risale al 2010, anno in cui vengono posti sullo stesso piano food e gentrification dal settimanale Brooklyn Paper, intersecandosi per raffigurare un nuovo fenomeno.
Questo processo si configura generalmente come una sostituzione delle attività commerciali tradizionali (come negozi di quartiere, botteghe storiche e servizi di prossimità) con nuove attività legate al consumo di cibo. Le città vengono così riprogettate per visitatori temporanei a scapito degli abitanti, perdendo progressivamente funzioni residenziali e trasformando gli spazi del centro un parco giochi del gusto; le vie diventano “vetrine esperienziali” per il turismo urbano, svuotandosi della cittadinanza per ospitare il nuovo bacino di guadagno costituito da turisti e frequentatori occasionali.
Il denominatore comune di queste trasformazioni è la spettacolarizzazione del cibo, non più inteso solamente come autenticità o tradizione, ma come oggetto di attrazione e consumo, capace di generare valore economico, immagine e intrattenimento. Il cibo smette così di essere soltanto un elemento culturale e quotidiano per diventare una vera infrastruttura turistica e simbolica della città contemporanea.
Il Covid-19 e le fragilità delle città-food
Gli anni della pandemia hanno segnato uno spartiacque nell’inquadratura della foodification. Prima del Covid-19 il fenomeno era associato all’idea di progresso economico, all’attrattività turistica e alla spinta che stava dando alla rigenerazione urbana. Il 2020 è stato però un duro colpo per le attività di ristorazione, costrette ad arrestarsi e a confrontarsi con le carenze di un apparato basato, nella sua maggior parte, sull’appeal nei confronti dei turisti.
Le serrande abbassate e i centri storici svuotati hanno smascherato un sistema molto fragile, impoverito urbanamente e disequilibrato a livello sociale. La pandemia ha trasformato la foodification da simbolo del successo turistico delle città a lente critica attraverso cui osservare la vulnerabilità economica, sociale e spaziale dei centri urbani contemporanei.
Oltre le città-vetrina
Oggi il futuro di questa inarrestabile tendenza appare ancora incerto: le città continuano ad investire nel turismo gastronomico e nell’economia esperienziale, ma con una consapevolezza diversa nei confronti della propria geografia economica, commerciale e sociale.
Nel dibattito emerge la necessità di trovare un equilibrio tra attività turistica e vivibilità urbana, evitando che i centri storici si facciano palco di scenografie del consumo e permettendo ai suoi abitanti di poter vivere in una dimensione a misura d’uomo.







