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OpenAI ha un problema

L'era del monopolio culturale di OpenAI sta tramontando. Mentre i suoi concorrenti guadagnano terreno grazie ad una maggiore specializzazione o ad una migliore integrazione negli ecosistemi esistenti, ChatGPT rischia l'irrilevanza.
OpenAi ha un problema - Maggio 2026

OpenAi ha un problema - Maggio 2026

L’era del monopolio culturale di OpenAI sta tramontando: l’Intelligenza Artificiale non è più una magia esclusiva, ma una commodity quotidiana. Mentre concorrenti come Claude, Perplexity e Gemini guadagnano terreno grazie ad una maggiore specializzazione o ad una migliore integrazione negli ecosistemi esistenti, ChatGPT rischia l’irrilevanza.

Sono diverse settimane che non apro ChatGPT. E la cosa più incredibile non è il fatto in sé, ma che non mi manca affatto. Non è stata una scelta ideologica. Non ho cancellato l’account in un momento di stizza contro Sam Altman, né ho deciso di intraprendere uno di quei “digital detox” che fanno tanto rinfrescare il profilo LinkedIn. Semplicemente, un giorno non l’ho aperto. Poi è successo di nuovo il giorno dopo. E quello dopo ancora. ChatGPT è rimasto lì, un’icona nell’angolo dello schermo, trasformandosi lentamente in quel genere di applicazione che tieni per abitudine, come la bussola o la calcolatrice scientifica: sai che c’è, ma non ricordi l’ultima volta che ti è servita davvero.

Nel frattempo, la mia vita digitale è andata avanti, forse meglio di prima. Ho fatto brainstorming creativo con Claude, ho effettuato ricerche approfondite (e citate) con Perplexity, ho sfruttato l’integrazione nativa di Gemini nel mio ecosistema di lavoro. E qui emerge il punto focale di tutta la questione: se io, che sono un utente consapevole e “addetto ai lavori“, sto scivolando via in silenzio, cosa sta succedendo nel resto del mercato? OpenAI ha un problema. E non è un problema di codice, ma di “gravità narrativa”.

Dalla rivoluzione alla commodity

Fino a poco tempo fa, OpenAI era il sole intorno a cui orbitava l’intero sistema solare tecnologico. Se volevi l’Intelligenza Artificiale, volevi ChatGPT. Era il “monopolio culturale” perfetto: il nome del prodotto coincideva con il nome della categoria. Ma la transizione da monopolio a commodity è la caduta più lunga, silenziosa e pericolosa che esista nel mondo tech.

Oggi, i modelli linguistici di grandi dimensioni stanno diventando come l’elettricità o l’acqua corrente. Non ci interessa chi ce la fornisce, ci interessa che, quando apriamo il rubinetto, l’acqua esca pulita e con la giusta pressione. Secondo i dati di Similarweb, dopo l’esplosione iniziale che ha portato ChatGPT ad essere l’app con la crescita più rapida della storia (100 milioni di utenti in due mesi), il traffico ha iniziato a mostrare segni di normalizzazione e, in certi segmenti, di erosione.

Mentre OpenAI cercava di capire come monetizzare massicciamente e gestire le beghe interne al board, i concorrenti hanno smesso di inseguire e hanno iniziato a specializzarsi: Anthropic ha conquistato i “power user” della scrittura e del coding grazie ad una finestra di contesto enorme e ad un tono meno robotico; Perplexity ha intercettato chi cercava risposte, non chiacchiere, integrando i motori di ricerca in modo così fluido da rendere la chat di GPT un passaggio inutile; Google ha puntato sulla distribuzione. È ovunque: nelle tue mail, nei tuoi documenti, nel tuo telefono Android.

Il paradosso dell’utente consapevole

Il rischio per OpenAI non è rappresentato da chi urla al boicottaggio, ma dallo scivolamento silenzioso. Se una piccola percentuale di utenti premium o “heavy users” smette di aprire l’app senza fare rumore, l’impatto a lungo termine sarà devastante.

I dati finanziari ci dicono che OpenAI ha chiuso round di finanziamento con valutazioni stellari (si parla di circa 150 miliardi di dollari), ma queste cifre si reggono sulla premessa che loro rimangano “il posto dove le cose accadono“. Tuttavia, la realtà tecnica ci dice ben altro: il divario tra i modelli si è assottigliato drasticamente. I test di benchmark (come l’LMSYS Chatbot Arena) mostrano che il trono di GPT è costantemente insidiato da Claude e dai nuovi modelli di Google e Meta.

Quando le prestazioni diventano simili, a vincere è l’esperienza utente o l’integrazione. E in entrambi i campi, OpenAI sta faticando a mantenere il primato. ChatGPT è diventato un “generalista” in un mondo che sta iniziando a chiedere strumenti specialistici.

La fine dello stupore

Il vero problema di OpenAI è che ha perso l’esclusiva sullo stupore. Nel 2023, ogni risposta di ChatGPT sembrava magia. Nel 2026, è solo un output. Quando la magia svanisce, resta l’utilità. Molti utenti medi usano ancora ChatGPT solo perché “è quello famoso“, perché l’hanno sentito al telegiornale o consigliato dal collega d’ufficio. Ma questa è una fedeltà fragile, basata sull’inerzia e non sul valore differenziale. 

Quando Apple Intelligence o le funzioni AI di Microsoft (che, ironia della sorte, usa la tecnologia di OpenAI ma la “nasconde” nel proprio brand) diventeranno lo standard predefinito sul desktop, quanti avranno ancora voglia di aprire una scheda separata nel browser o un’app dedicata per fare una domanda? Insomma, OpenAI sta rischiando di diventare la nuova Yahoo (o la nuova AOL): il portale che ha aperto le porte a tutti, ma che poi è stato superato da chi ha saputo costruire strade migliori sopra quel terreno.

Il costo del silenzio

C’è poi l’implacabile legge dei numeri. Gestire questi modelli ha costi spaventosi. Si stima che OpenAI spenda oltre 700.000 dollari al giorno solo per l’infrastruttura di calcolo necessaria a far girare le query. Se il tasso di abbandono degli utenti paganti dovesse salire anche solo di qualche punto percentuale a causa della concorrenza di Claude o Gemini, il modello di business inizierebbe a scricchiolare sotto il peso dei costi fissi. Eppure, la mia icona di ChatGPT è ancora lì, sulla home del telefono, come un vecchio cimelio che non ho il coraggio di buttare. Ma è un guscio vuoto: quando ho un problema reale, il mio pollice scivola istintivamente altrove. Il vero pericolo per OpenAI è proprio questo tradimento silenzioso. I regni tecnologici non crollano quasi mai con un boato, ma si spengono così: con un utente che, semplicemente, smette di cliccare.

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