Dal libro al film: anatomia di Frankenstein, il nuovo Prometeo di Del Toro.
Frankenstein di Del Toro
Frankenstein, il nuovo Prometeo di Del Toro.
Il regista Guillermo del Toro mette in scena un classico fondativo dell’horror, attraverso un esperimento rischioso: il suo nuovo Frankenstein rianima il mito di Mary Shelley tra atmosfere gotiche abbaglianti e una Creatura diversa dalle precedenti. E mentre il corpo si assembla, l’anima si lacera nel mostro moderno che si muove tra immagini ipnotiche, personaggi sacrificati e un bisogno feroce di essere amato.
Il mostro nato da una scommessa e un incubo
La diciottenne Mary Shelley durante quell’estate piovosa del 1816, nella famosa villa Diodati sul lago di Ginevra (per via di un incubo e una scommessa con gli amici Byron, Percy e Polidori), non avrebbe mai sognato di scrivere un romanzo come “Frankenstein – or, The Modern Prometheus”, considerato uno dei testi fondativi della fantascienza e del gotico moderno. Il romanzo apre con una nave imprigionata nei ghiacci, un uomo ferito che comincia a parlare e, nel raccontare la storia del mostro, si condanna da solo.
Il Frankenstein di Del Toro recupera le intuizioni della Shelley
Il film inizia proprio nella cornice Artica: il capitano e la sua nave, l’equipaggio terrorizzato e Victor Frankenstein (Oscar Isaac) morente e braccato da un essere che sembra il diavolo stesso. È uno dei punti in cui il film è figlio del libro, riprende fedelmente tutta la confessione tardiva. La Creatura non è il golem che grugnisce e basta, Del Toro recupera l’intuizione centrale della Shelley: è prima di tutto un essere umano in cerca di amore. La lunga sezione con il vecchio cieco e la sua casa è un altro omaggio al romanzo: la Creatura lo aiuta di nascosto, viene scambiata per uno spirito dei boschi, impara a pensare e parlare prima ancora di scoprire l’odio degli altri. L’interpretazione regge la complessità presente nel romanzo, la Creatura (Jacob Elordi) appare bellissima anche piena di cicatrici (ma senza le viti e i bulloni del faccione squadrato di B. Karloff), oscilla tra il bambino spaventato e il figlio rinnegato, l’animale ferito e l’accusatore del proprio creatore. Il laboratorio non è una stanza qualsiasi piena di leve e fulmini, ma una torre-laboratorio che sembra proprio “mangiata dall’edera”, piena di ferri chirurgici e bacinelle di metallo. Il “lavoro” di Victor sui corpi è mostrato con una concretezza quasi artigianale e un uso freddo della carne altrui come mai si è visto: pezzi di carne, arti montati come se stesse costruendo un burattino, senza scadere nello splatter.
Differenze tra romanzo e pellicola cinematografica
Il film ricostruisce un tempo diverso, l’Ottocento tardo, fuligginoso d’industria e di guerra. I corpi dalla Crimea arrivano in maniera fortuita, come “risorse”. Da questo punto in poi, c’è una ridondanza del concetto d’immortalità come tortura: un corpo che non può morire e continua lentamente a sentire ogni colpo e ogni rifiuto, ma allo stesso tempo insiste sui lati umani del rifiuto in ogni forma. Victor fugge appena la Creatura apre gli occhi, la famiglia scaccia ciò che non capisce, la società rifiuta il “diverso” piuttosto che guardare in faccia il vero mostro. È proprio quando si sposta dal “cosa” al “come” che cominciano a vedersi le crepe. Alcune idee sono potentissime alla prima apparizione, ma vengono ribadite così spesso da perdere la loro forza. Il film a tratti sembra innamorato della propria atmosfera colossale: invece di spingere la storia avanti, si ferma allo specchio, indugia su inquadrature e monologhi interiori su cose che lo spettatore ha già intuito. Frankenstein dura quasi due ore e mezza, e lo si sente: in questa dilatazione narrativa, l’ambiguità morale dei personaggi si smussa.
L’ambiguità morale e i personaggi dimenticati
Nel romanzo, la Creatura è vittima, ma compie scelte consapevoli di vendetta; Victor è carnefice, ma resta anche schiacciato dal proprio errore. Nel film, invece, la Creatura è “nel giusto”, spinta alla violenza solo dalla crudeltà altrui, mentre gli esseri umani sono arroganti e ciechi. Nel romanzo, figure come Henry e Justine sono fondamentali. Nel film sono assenti: al loro posto troviamo l’industriale che finanzia Victor e incarna il potere economico e bellico, un padre più deludente e un William più centrale. È una scelta che concentra il racconto in una bolla familiare e toglie quel senso di “maledizione che si allarga” così forte nel libro. Elizabeth (Mia Goth) al contrario, nel romanzo è appena accennata: promessa a Victor fin da bambina, è una figura amorevole ma passiva. Nel film è nipote dell’industriale, fidanzata del fratello, ma è la voce critica di Del Toro contro la guerra, il patriarcato e la manipolazione dei corpi che si ascolta. Il risultato finale è un film assemblato, proprio come la Creatura, con pezzi diversissimi: da una parte un richiamo forte al cuore del romanzo, dall’altra un film lungo e ridondante, che idealizza il suo mostro.
Un film da vedere? La risposta è tutta nelle aspettative dello spettatore: se ci si aspetta un horror puro, o il solito mostro, no. “Frankenstein” di Del Toro è un film introspettivo fino al midollo, ricrea alla perfezione atmosfere gotiche, la fotografia è sontuosa ma contiene anche una parte della Mary Shelley originaria.






