Supporto Formazione Lavoro: perché la misura dei 500 euro si è dimostrata fallimentare
centro per l'impiego
Sulla carta doveva essere il ponte tra sussidio e lavoro, ma nella pratica per molti beneficiari, si è trasformato in un percorso fatto di attese, obblighi formativi e corsi lontani dal proprio profilo professionale. Il Supporto per la Formazione e il Lavoro, introdotto per sostituire in parte il Reddito di Cittadinanza, nasceva con un obiettivo ambizioso: quello di riqualificare e accompagnare verso un impiego stabile. Dopo circa tre anni, ha mostrato crepe e restituito dati ufficiali lontani dalle aspettative.
L’ingresso nel sistema
Il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) nasce dal Decreto Lavoro 2023 come misura rivolta agli “occupabili” tra i 18 e i 59 anni (senza requisiti per l’ADI), subordinata alla partecipazione a percorsi di formazione, orientamento e politiche attive. Il beneficio economico era inizialmente di 350 euro mensili, poi elevato a 500 euro dal 2025, con erogazione vincolata alla partecipazione ai corsi previsti.
Il sistema si appoggia alla piattaforma SIISL che gestisce l’accesso ai percorsi lavorativi in cooperazione con i Centri per l’Impiego (per la profilazione dei beneficiari), e alle Agenzie Interinali accreditate sul tutto il territorio nazionale (lavoro.gov.it). Insomma, una misura ponte tra sussidio e lavoro, attraverso la formazione.
I numeri della misura
Il governo al momento dell’introduzione del SFL stimava una platea potenziale molto più ampia (fino a oltre un milione di soggetti “occupabili” transitati dal Reddito di cittadinanza). Secondo l’Osservatorio INPS su ADI e SFL aggiornato al 31 dicembre 2025, circa 228.000 persone hanno percepito almeno una mensilità del SFL dall’avvio della misura; nel solo 2025 i beneficiari sono stati 174.869; i beneficiari in pagamento a dicembre 2025 sono stati appena 84.815, numeri molto inferiori rispetto alla platea inizialmente ipotizzata dal governo.
Le statistiche pubbliche non chiariscono in quale misura il ridimensionamento dipenda da rinunce, esclusioni o mancata adesione; tuttavia, tra le testimonianze raccolte per questo approfondimento emerge con frequenza l’abbandono del percorso già nei primi mesi, a causa della scarsa coerenza percepita tra corsi di formazione proposti e profilo professionale.
Il mismatch dei corsi di formazione
È nella fase della formazione che emerge la criticità principale. I percorsi di formazione che, in teoria, verrebbero proposti in base all’offerta disponibile e al CV del beneficiario, nella pratica, secondo quanto riportato da operatori e partecipanti, raramente risultano congrui. Non si tratterebbe di casi isolati, in cui persone con esperienze professionali consolidate vengono indirizzate verso corsi formativi introduttivi o poco coerenti con il proprio profilo. (Es. ex impiegati amministrativi o profili tecnici specializzati che si ritrovano inseriti in corsi base di estetica, come onicotecnica o hair styling.)
Il problema non è necessariamente attribuibile agli operatori dei CPI, spesso alle prese con carenze di personale e cataloghi formativi limitati, ma al meccanismo stesso: disponibilità di corsi molto variabili tra Nord e Sud, e scarso livello di personalizzazione. Inoltre, il lavoratore che propone in autonomia un corso formativo più coerente con il proprio profilo professionale, può trovarsi di fronte a un vincolo strutturale: se il corso individuato non rientra tra quelli attivabili nel programma GOL, non è considerato utile ai fini del conseguimento del sostegno economico.
Il nodo degli esiti occupazionali e la disomogeneità
Se la fase della formazione è visibile, quella degli esiti occupazionali lo è molto meno.
I sistemi di monitoraggio pubblici (INPS e programma GOL) registrano prese in carico, partecipazione ai percorsi e transizioni occupazionali aggregate. Nel programma GOL, per esempio, una quota significativa dei partecipanti (circa il 20%), risulta occupata dopo la presa in carico, ma il dato non consente di stabilire se l’occupazione sia direttamente collegata al corso frequentato o a percorsi autonomi di inserimento lavorativo. Manca, quindi, la relazione diretta tra formazione ricevuta e lavoro ottenuto. È un vuoto statistico che cambia la prospettiva del sistema, in quanto si misura l’accesso e l’occupazione, ma non il legame tra le due cose.
Inoltre, dati del programma GOL, mostrano una forte concentrazione delle prese in carico nelle regioni del Centro-Sud (tramite tabelle regionali da cui si ricava chiaramente la concentrazione geografica), coerentemente con i dati sulla disoccupazione. Sempre nelle regioni del Mezzogiorno si registra la quota più ampia di beneficiari inseriti in percorsi di attivazione. Tuttavia, i report pubblici non consentono un confronto diretto e omogeneo sull’efficacia occupazionale per singola regione, né permettono di isolare in modo chiaro l’impatto specifico del singolo corso di formazione sul successivo inserimento lavorativo. (Fonti: Ministero del Lavoro; monitoraggi GOL; report attuazione PNRR lavoro).
È qui, che la distanza tra la progettazione della misura e la sua validità effettiva si fa innegabile. Finché questo collegamento non sarà tracciato in modo trasparente, la valutazione della misura resterà incompleta e fumosa.
Il contributo mensile per molti non è stato percepito come un incentivo alla formazione, ma come una prestazione condizionata da obblighi poco utili alla reale occupabilità. Se il percorso non produce competenze spendibili, il rischio è che il sostegno economico continui a restare un semplice supporto temporaneo.







