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Quando le famiglie vivevano nei boschi

La “famiglia dei boschi” di Palmoli riapre il dibattito su natura, homeschooling e confini tra libertà educativa e tutela dei minori.
la “famiglia nei boschi” di Palmoli riapre il dibattito su natura, homeschooling e confini tra libertà educativa e tutela dei minori.

la “famiglia nel bosco” di Palmoli riapre il dibattito su natura, homeschooling e confini tra libertà educativa e tutela dei minori.

Quando le famiglie vivevano nei boschi

C’è stato un tempo, in cui vivere nei boschi o in campagna era considerato normale. Famiglie intere salivano tra i faggi per mesi: carbonai, boscaioli, pastori durante le transumanze. Il bosco era casa e lavoro, ma anche scuola senza banchi: un luogo dove si imparava a percepire con il corpo, con le stagioni, con il limite. Poi la modernità ci ha dato luce, acqua corrente, strade asfaltate e telefonini. E noi ci siamo convinti che la vita vera fosse solo quella con un indirizzo civico e bollette che certificano che esistiamo. Ma è davvero così?

La famiglia di Palmoli

Ogni epoca, crea la sua idea di infanzia “giusta”. La nostra è iper: iperprotetta, iperassistita, iperveloce e sempre connessa, al sicuro dal freddo, dalla fatica e persino dalla noia, ma immersa in una presenza tecnologica costante che, spesso, non aggiunge vita ma la sottrae. È dentro questo paradosso che irrompe la storia della famiglia che ha scelto di vivere nella natura abruzzese con tre bambini e l’istruzione parentale, quella di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion e i loro tre figli, una bambina di otto anni e due gemelli di sei. Una casa colonica isolata, acqua da pozzo, cucina a legna, pannelli solari per l’elettricità e tanti animali intorno. Niente allacci “cittadini” a gas o rete idrica, un bagno esterno a secco. E scuola fatta in casa, in forma di homeschooling. 

La loro storia non sarebbe mai uscita dal bosco se, nel settembre 2024, l’intera famiglia non fosse finita in ospedale per un’intossicazione da funghi raccolti nei dintorni, quando si è reso necessario l’intervento dei soccorsi. Da lì, i controlli dopo la segnalazione ai servizi sociali e l’apertura di un procedimento. Il 20 novembre scorso, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto il collocamento dei tre bambini (accompagnati dalla madre), in una comunità educativa “per un periodo di osservazione”, sospendendo la responsabilità genitoriale. 

La natura non è neutra, ma ambiente attivo 

Studi su outdoor education e “green time”, al netto delle retoriche, riconoscono che l’esposizione regolare a spazi verdi e gioco all’aperto, si associa nei bambini a miglior benessere psicologico, minore stress, maggiore capacità di attenzione e autoregolazione. In molti Paesi (Italia inclusa), le società pediatriche stanno rilanciando l’allarme sull’eccesso di esposizione agli schermi elettronici: nei più piccoli è associato a peggior sonno, calo dell’attenzione e ritardi nello sviluppo del linguaggio; negli adolescenti ad ansia, isolamento e dipendenza da social. In questa luce, la scelta dei Trevallion-Birmingham, intercetta un bisogno che tanti genitori avvertono: salvare l’infanzia dall’iperstimolazione continua, restituirle corpo e creatività attraverso il susseguirsi delle stagioni, tra animali e rischio calcolato. Un bosco, se lo si guarda così, è una scuola a cielo aperto: si impara cos’è il freddo, quando arriva la pioggia, come cresce un frutto, che succede se non ascolti il tuo limite. 

Libertà educativa e dovere collettivo di tutela

Il programma di istruzione parentale mostra che, quando è ben strutturato, non produce esiti peggiori della scuola tradizionale e per quanto riguarda la socializzazione, la ricerca non conferma un deficit nei bambini educati a casa, ma sottolinea che la riuscita passa da occasioni di relazione con coetanei e adulti diversi dal nucleo familiare. E nella famiglia di Palmoli, ci sono. Non è strano che qualcuno, sentendosi soffocare, cerchi aria nel bosco, e Catherine e Nathan sono dentro questa frizione. Il bosco non è un tribunale, ma neppure il tribunale può fingere che il bosco sia solo un capriccio. Tra questi due estremi, c’è lo spazio difficile del ragionare insieme su che tipo di comunità vogliamo essere. Alla fine, la domanda non è se il bosco sia un posto adatto o no. La domanda è se noi, come comunità, siamo ancora capaci di distinguere tra ciò che è diverso e ciò che è pericoloso. Perché la tutela dei bambini non può diventare un riflesso dell’ordine pubblico, così come la libertà degli adulti non può trasformarsi in un esperimento sulla pelle dei figli. 

Forse l’unica colpa di questa famiglia è vivere fuori dal sistema. E forse è proprio su questo vivere che la “famiglia nel bosco” ci costringe a riflettere: abbiamo ancora la libertà di scegliere con responsabilità e non accettare passivamente ciò che è preimpostato come unico modo di vivere civile o giusto?

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