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Metaverso: l’ostinata utopia digitale di Mark Zuckerberg

Mentre Mark Zuckerberg continua a fissare l’orizzonte digitale, il resto del mondo preferisce guardare altrove, possibilmente verso un tramonto reale.
Metaverso

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C’è qualcosa di ipnotico nel modo in cui Mark Zuckerberg continua a fissare l’orizzonte digitale, ignorando con una costanza quasi ammirevole il fatto che gran parte del resto del mondo preferisce guardare altrove, possibilmente verso un tramonto reale. 

L’immagine che emerge analizzando le ultime mosse di Mark Zuckerberg ci restituisce la figura di un uomo che non ha alcuna intenzione di arretrare rispetto alla sua visione originale del Metaverso, nonostante gli anni passino e le gambe dei suoi avatar siano arrivate con un ritardo che persino le ferrovie locali troverebbero imbarazzante. Horizon Worlds non rappresenta per lui un semplice progetto aziendale, quanto piuttosto un’estensione della sua stessa volontà, un luogo dove le leggi della fisica possono essere riscritte tramite lunghe sequenze di codice, anche se gli esseri umani sembrano ancora preferire la legge di gravità e la comodità di non avere un pesante visore sulla faccia per ore intere.

Eppure, proprio mentre la tecnologia sembrava aver raggiunto vette di precisione quasi assoluta, con interazioni tattili migliorate ed una stabilità di sistema superiore rispetto al passato, si è levata una voce insistente che parla di un drastico cambio di rotta. Le ultime indiscrezioni indicano che l’intero ecosistema di Horizon Worlds potrebbe essere arrivato ad un punto di non ritorno, con l’ipotesi concreta di una chiusura definitiva della piattaforma o di un suo ridimensionamento talmente profondo da sancire, di fatto, la fine del sogno del Metaverso così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Questa notizia getta un’ombra lunga sui visori Quest, (a partire dal 15 giugno 2026, non potranno più accedere alla piattaforma Horizon Worlds), quegli oggetti di plastica e vetro che avrebbero dovuto essere la porta d’accesso ad una nuova dimensione e che ora rischiano di diventare costosi soprammobili tecnologici.

Il paradosso della scatola

Osservando questa enorme scommessa tecnologica e finanziaria, appare chiaro che Meta ha provato a raddoppiare gli sforzi fino all’ultimo istante utile. Nonostante le critiche e i bilanci che mostrano perdite economiche talmente ampie da spaventare qualunque amministratore di società (dal 2021 a oggi, il passivo complessivo sfiora gli 80 miliardi di dollari), la strategia di fondo è rimasta invariata per lungo tempo. Zuckerberg si è mosso all’interno dei suoi uffici di Menlo Park convinto che il futuro si trovasse dentro una scatola che proietta immagini direttamente davanti alle nostre pupille. Tuttavia, la questione centrale rimane la stessa: le persone continuano a trovare più semplice inviare un messaggio di testo o fare una videochiamata piuttosto che indossare un casco, calibrare i sensori, attendere il caricamento dell’ambiente digitale e infine trovarsi davanti ad un collega rappresentato da un manichino virtuale che gesticola in modo frenetico.

È paradossale vedere come miliardi di dollari siano stati spesi per cercare di replicare la sensazione di stare insieme in una stanza, quando basterebbe, appunto, stare insieme in una stanza. Il fondatore di Meta sembra voler credere che l’ostacolo non risieda nell’idea stessa, ma nella risoluzione dei pixel o nel tempo di risposta del movimento. Se le persone non affollano gli spazi digitali, la sua risposta è stata migliorare la qualità delle ombre prodotte dai tavoli virtuali o nell’aggiungere nuove espressioni facciali agli avatar. Questa dedizione è diventata nel tempo una sorta di isolamento volontario. Mentre il resto della società si concentra oggi sull’Intelligenza Artificiale, lui è rimasto ancorato alla necessità di farci camminare in una piazza virtuale dove non si sente l’odore della pioggia e non si può nemmeno bere un caffè.

La resistenza del quotidiano contro l’isolamento

Insomma, gli spazi di Horizon Worlds sono diventati luoghi frequentati principalmente da dipendenti dell’azienda, obbligati ad organizzare riunioni in quegli spazi per dare un senso all’investimento, e da un numero ristretto di appassionati che non sembrano avere problemi a passare la giornata con la pelle del viso arrossata dalla pressione del visore. La narrazione aziendale ha sempre parlato di democrazia digitale e di eliminazione delle distanze fisiche. Tuttavia, l’esperienza reale è stata quella di spazi immensi e spesso desolati, dove la tecnologia più avanzata del pianeta serve a permettere a due persone situate in continenti diversi di lanciarsi un frisbee digitale che non pesa nulla e non dà alcuna soddisfazione quando viene afferrato con le mani.

La stanchezza del mondo finanziario nei confronti di questi aggiornamenti costanti è diventata ormai palpabile. Ogni volta che veniva annunciata una nuova funzione, come la possibilità di percepire il calore di una tazza virtuale tramite l’utilizzo di guanti speciali, il mercato rispondeva con un senso di rassegnazione. Il problema fondamentale è che la vita quotidiana è piena di complicazioni che il mondo virtuale non risolve, anzi, ne aggiunge di nuove. Indossare un visore richiede uno sforzo fisico e mentale che la maggior parte delle persone non desidera compiere dopo otto ore di lavoro. Preferiamo guardare un video divertente su un piccolo schermo rettangolare mentre siamo sdraiati sul divano, perché quel piccolo schermo non ci isola completamente dal resto della nostra abitazione. Zuckerberg, invece, ha voluto che chiudessimo la porta al mondo esterno per entrare nel suo, un ambiente dove lui controlla ogni centimetro di spazio ed ogni singola riga di programmazione.

Quanto mi costi?

I dati sui costi di manutenzione dei server necessari a sorreggere questa struttura sono sempre stati impressionanti. La quantità di energia elettrica utilizzata per permettere agli avatar di sbattere le palpebre in modo naturale è enorme. Questo stride con le dichiarazioni sulla tutela dell’ambiente che arrivano spesso dalle stesse aziende del settore tecnologico. In questo contesto, l’ipotesi della chiusura della piattaforma appare come la naturale conseguenza di un lussuoso esperimento che è continuato ad esistere solo perché il suo creatore possedeva abbastanza risorse per non dover ammettere il fallimento. L’ironia risiede nel fatto che più la tecnologia diventava sofisticata, più metteva in rilievo quanto sia limitata l’esperienza umana se viene privata della sua componente fisica e biologica.

Il leader di Meta ha agito come un sovrano che osserva il suo possedimento dal balcone, solo che il possedimento è fatto di poligoni e il balcone non esiste se non nella memoria della scheda video. La sua ostinazione è stata vista da alcuni come una visione del futuro e da altri come una semplice incapacità di comprendere i desideri reali del pubblico. Le persone cercano la connessione sociale, non necessariamente l’immersione totale in un ambiente simulato. Esiste una differenza enorme tra il voler comunicare con qualcuno e il voler abitare dentro un simulatore di realtà con quella persona. 

Cosa rimarrà di tutto questo? L’azienda ha cambiato nome, ha cambiato logo, ha modificato le proprie priorità interne, ma il nucleo della sua esistenza è rimasto legato ad un progetto che sembrava sempre sul punto di ottenere un grande successo e che invece è scivolato verso la chiusura. I video in cui Zuckerberg sorride praticando sport virtuali o partecipando a concerti digitali appaiono oggi come testimonianze di un’epoca di eccessiva fiducia nei mezzi tecnici. C’è qualcosa di malinconico in questa insistenza. È l’insistenza di chi ha costruito un’abitazione bellissima e tecnologica ma si accorge che gli invitati preferiscono restare in giardino a parlare, seduti sull’erba.

La giornata tipo dentro questi mondi digitali somiglia a una visita in un parco divertimenti durante un lunedì mattina di pioggia. Le attrazioni sono attive, le luci sono accese, ma i percorsi sono vuoti. Quando si incontra un altro utente, si avverte quella strana sensazione di dover interagire per forza, perché si è in pochi e ci si sente osservati dal sistema informatico. La convinzione che l’arrivo di visori sottili come occhiali da vista avrebbe cambiato radicalmente le cose si è scontrata con la realtà di una tecnologia che cercava di risolvere problemi che la tecnologia stessa aveva generato.

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