Burnout: come si manifesta e come intervenire
Burnout
Da più di 40 anno il burnout viene studiato per comprenderne origini e soluzioni
Viviamo in un’epoca in cui ha assunto un ruolo fondamentale il bilanciamento tra lavoro e vita privata e in cui si sta sviluppando una maggiore attenzione a tutte quelle problematiche che possono danneggiare la salute mentale dell’individuo: per questo motivo è importante avere consapevolezza di cosa sia il burnout. Dalla parola inglese “burn-out” che significa “esaurito” questa sindrome viene studiata per la prima volta verso la fine degli anni ‘70: fenomeno associato inizialmente agli operatori sanitari, il concetto viene poi esteso a tutte quelle professioni contraddistinte dall’alto tasso di coinvolgimento emotivo e psicologico dato il costante contatto con le persone. Ma quali sono le caratteristiche del burnout?
Un processo graduale e diversi sintomi
Una sindrome caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta efficacia personale e professionale: questa la definizione elaborata dalla dott.ssa Christina Maslach, psicologa sociale americana che per prima ha realizzato uno studio sul burnout. La prima caratteristica da evidenziare è che si tratta di un processo graduale, costituito da diverse fasi. Solitamente il tutto parte da un momento di forte entusiasmo per la propria attività lavorativa, caratterizzato da aspettative irrealistiche rispetto alle proprie prestazioni (per questo spesso si parla anche di produttività tossica).
La conseguenza è un atteggiamento passivo, in cui ci si sente privi di energia e incapaci di portare a termine i propri progetti; si innesca così un circolo vizioso, in cui prendono il sopravvento il distacco e il cinismo, accompagnati dalla frustrazione e dalla rabbia.
Il risultato? Un senso di inadeguatezza e di inefficienza, a cui si aggiunge anche un deterioramento della componente relazionale, sia fuori che dentro dal contesto lavorativo.
Ma come si manifesta effettivamente il burnout? A livello fisico il nostro corpo ci manda segnali inequivocabili come disturbi gastrointestinali e della pelle, ma anche frequenti emicranie e cefalee; a livello psicologico invece possiamo notare depressione, attacchi d’ansia e di panico. A tutti questi sintomi si aggiungono spesso un aumento del consumo di fumo e alcol, disturbi del sonno e appetito, apatia e calo del desiderio sessuale.
Cosa fare?
La dott.ssa Maslach è tra le autrici del Modello AW, il quale ha dimostrato come questa sindrome non sia legata solo a problematiche individuali, ma in realtà abbia profonde radici anche nell’ambiente di lavoro: per questo motivo è fondamentale che si intervenga su entrambe queste sfere. A livello personale sicuramente è consigliabile cercare un bilanciamento tra vita lavorativa e privata, dedicandosi all’attività fisica, ai propri hobby e a coltivare le proprie relazioni, ma è fondamentale anche riuscire a chiedere aiuto: come detto precedentemente parliamo di un processo graduale e, se si interviene in tempo, si può interrompere il circolo vizioso, magari anche rivolgendosi ad un professionista.
Dal punto di vista dell’ambiente lavorativo è importante che l’azienda intervenga su tutte quelle aree che possono essere fonte di stress e di disagio per il dipendente, come ad esempio il carico di lavoro o un mancato riconoscimento, ma non solo: è fondamentale anche che si costruisca una cultura aziendale basata sull’ascolto e sulla possibilità di condividere difficoltà e dubbi da parte dei lavoratori. In questo modo l’azienda risulta pronta per risolvere o addirittura prevenire problematiche legate al burnout, garantendo un ambiente positivo e funzionale.
E’ quindi necessario e importantissimo parlare di questa sindrome, per creare una consapevolezza generale sulle sue implicazioni sul singolo e sul contesto professionale.





