Musica e cultura: le rime dei testi di Rancore
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Musica e cultura: le rime dei testi di Rancore
La cultura passa anche dal linguaggio universale della musica, non solo dalle note ma anche dai testi, con parole capaci di raccontare storie ed emozioni.
La musica come introspezione e denuncia sociale
Il rap nasce nelle periferie americane degli anni Settanta, diventando negli anni seguenti, una vera e propria forma d’arte e di denuncia sociale. Arriva in Italia solo sul finire degli anni Ottanta, in un’ottica commerciale che strizza l’occhio ai più giovani. È un genere variegato che utilizza un linguaggio diretto ma non necessariamente povero: nei testi convivono citazioni letterarie, riferimenti filosofici, giochi di parole e rime. Un nome di spicco nel panorama rap nostrano è senz’altro Rancore, nome d’arte di Tarek Iurcich, classe 1989, capace di utilizzare un linguaggio colto e stratificato, dove la cultura non è ostentazione ma potente strumento comunicativo.
Il “Sangue di Drago”: la rabbia tra mito e aspettative
In questo testo, Rancore mette in scena il duello epico tra un Principe (accompagnato da un Mago) e il Drago, la creatura mitologica per eccellenza. Come accade spesso nei suoi testi, la dimensione simbolica si sovrappone a quella reale, la lotta è un viaggio interiore. Già dalle prime strofe si intuisce che la narrazione si muove per archetipi, su due livelli: uno esterno sociale e uno interiore esistenziale. Il protagonista non è l’eroe classico ma il Drago stesso, un principe trasformato da una pozione, chiamato a confrontarsi con la propria oscurità, che solo in apparenza tiene prigioniera la Principessa. Ma “Il drago è sempre stato dentro al castello/il drago non è fuori, il drago è dentro”. Il drago è la maschera, il risultato di un intervento esterno che contamina il suo vero essere: “il sangue di drago/porta la maledizione nel sotterraneo”. La Principessa non è tanto una dama da salvare, quanto il simbolo della salvezza che viene cercata, prigioniera dello stesso sistema che assegna ruoli ed etichette. Il Drago non riesce a comunicare con questa figura salvifica, nel timore di arrecarle danno, “lei prende fuoco se lui apre bocca e le dice ti amo”, mostra la rabbia tipica di chi ha voglia di liberarsi dalle aspettative “ogni drago che si rispetti deve girare intorno alla torre”. Centrale la percezione del sentirsi fuori posto, avvertita in misura maggiore se la società che impone il cambiamento, è la stessa che lo rifiuta “è raro che un drago sia rispettato se è stato anche un principe prima/risulterà molto difficile per gli altri draghi dargli fiducia e stima.” E quando il drago soccombe, il mito si fa metafora: “le varie dimensioni del simultaneo” – eterogeneo rispetto al luogo della propria morte, rispetto agli animali, al cielo, e soprattutto rispetto al cavaliere – proprio come diceva Giorgio Manganelli.






