L’artigliere Nazareno Ventura un eroe dei nostri tempi.

L’artigliere Nazareno Ventura un eroe dei nostri tempi. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito la Medaglia d’Onore all’Artigliere Nazareno Ventura detto “Neno” che nel 1943 fu internato nel campo di Gelsenkirchen (nella Germania nord-occidentale) di Mauro Fadda
Molti uomini d’armi sono caduti in qualche battaglia o guerra, per una causa giusta o ingiusta. La terra che calpestiamo tutti i giorni forse un tempo era un campo di battaglia. Molto probabilmente se scaviamo in un qualsiasi punto di Gaia affioreranno degli scheletri umani. Impossibile dare loro un’identità, una storia. Però può accadere che queste ossa siano tenute insieme da un’armatura con vicino delle armi: spade, lance ed asce. Ci si rende subito conto che siamo di fronte ad un soldato di un tempo lonta
no, anche lui molto probabilmente caduto in battaglia o in qualcosa di simile. Difficile dirlo.
Un po’ come è successo per la mummia di Similaun (montagna al confine tra Italia e Austria), Questo uomo/guerriero è stato ritrovato da due alpinisti tedeschi che avevano lasciato il sentiero principale per prendere una scorciatoia. Otzi (così lo hanno chiamato) è un uomo dei ghiacci vissuto oltre 5000 anni fa, tra il 3300 e il 3100 a.C. ovvero nell’età del rame. Le sue armi (ascia, pugnale, punteruolo, arco e frecce in legno) si sono conservate molto bene. Otzi è morto per la ferita causata da una freccia conficcatasi nella spalla sinistra, penetrata di 5-7 cm nel corpo. Anche la mano destra risulta avere un taglio e per questo si ipotizza che facesse parte di un gruppo che avrebbe subito un agguato. Infine la postura innaturale del corpo rivela il tentativo di estrazione della freccia dalla schiena.
A molti soldati morti in guerra è destinata la sorte di Ozti. Nessuno racconterà la loro storia, nessuno parlerà di loro, nessuno si ricorderà il loro nome. Badate, questo non succede unicamente ad uomini morti in battaglia qualche migliaia di anni fa. Tutti abbiamo sentito parlare del D-Day, meglio conosciuto come lo sbarco in Normandia (nome in codice Operazione Neptune, parte marittima della più ampia Operazione Overlord). Fu una delle più grandi invasioni anfibie della storia, messa in atto dalle forze alleate. In una delle cinque spiagge dove avvenne lo sbarco c’è una distesa di croci bianche di marmo: è il cimitero Americano che contiene le spoglie di 9387 soldati americani, 307 dei quali ignoti e 4 di sesso femminile. Di questi 311 militari non si sa nulla. Nessuno sa niente di loro, nessuno ha chiesto di loro. Oblio completo sulla loro identità, storia, etnia, come se non fossero mai esistiti. Purtroppo questo è il fato di molti uomini d’armi. Ma come si dice “il tempo è galantuomo”. Non sempre, certo, ma alcune volte è davvero così. Quello che sto per raccontare confermerà la mia tesi.
Vi voglio parlare di uomo, di un soldato, di un artigliere che ha vissuto un’esperienza tremenda.

Il suo nome era Nazzareno Ventura, detto “Neno” (nella foto). Neno dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 fu internato come altri militari
italiani nel campo di Gelsenkirchen (nella Germania nord-occidentale). Internati Militari Italiani (IMI, Italienischer Militärinternierte) era il termine con il quale
venivano indicati i soldati italiani che tra il settembre ed il novembre 1943, dopo la conclusione dell’armistizio fra l’Italia e gli Alleati, furono arrestati e disarmati dalle truppe tedesche. Grazie all’introduzione di questa nuova terminologia, le modalità con cui la Wehrmacht poteva trattare i prigionieri era a sua completa discrezione. L’intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa fu di fatto impedito, dato che gli internati militari italiani non erano ufficialmente prigionieri di guerra. La Wehrmacht aveva inizialmente previsto di trattare questi soldati come prigionieri di guerra, in base alle disposizioni della Convenzione internazionale dell’Aja. Tuttavia in seguito ad un ordine di Hitler del 20 Settembre 1943, fu creato il nuovo status di “internati militari”. Questo servì a negare agli ex soldati alleati lo status di prigionieri di guerra, aggirando pertanto le direttive della terza Convenzione di Ginevra del 1929 che avrebbero garantito ai soldati italiani il trattamento previsto per i prigionieri di guerra.
Nella foto il Maresciallo Capo Paracadutista Andrea Ventura nipote di dell’Artigliere Nazareno Ventura, socio come il sottoscritto della Polisportiva Paracadutisti Indomiti “EX ALTO FULGOR” di cui è Presidente il Paracadutista Fabrizio Del Giudice.
La Germania trattò dunque gli internati militari come bottino di guerra. Circa 600.000 internati militari furono deportati nei campi nel Reich tedesco e nei territori occupati, e qui costretti al lavoro forzato. In una scala delle discriminazioni politiche e razziali dei nazisti, gli ex-alleati si trovarono improvvisamente molto in basso; il popolo tedesco li apostrofava, fra l’altro, usando termini quali “traditori”, “itaker” e “badogliani”. Ai tedeschi mancò ogni comprensione del fatto che gli italiani potessero avere gli stessi diritti di prigionieri di guerra, come tutti gli altri soldati. Agli occhi della popolazione e delle guardie, gli italiani erano “traditori che non meritavano alcuna pietà”; gli IMI subirono da parte tedesca il “rifiuto glaciale e il disprezzo”. Già nei campi principali, gli IMI venivano umiliati in ogni modo possibile. Di conseguenza, la cosa proseguì anche nelle fabbriche dove erano impiegati come forza lavoro. Anche qui gli IMI erano vittime di brutali aggressioni e di maltrattamenti da parte delle guardie, dei capisquadra e anche della popolazione.
Fonte: http://www.gelsenzentrum.de/amadeo_mentrelli_lavoratore_forzato_gelsenkirchen.htm
L’artigliere Nazareno Ventura è un uomo, un soldato italiano che si è rifiutato di combattere al fianco dei nazisti e che per questo suo coraggio ha rischiato molte volte di essere fucilato. Quando nel 1945 viene liberato dagli alleati era poco più di uno scheletro, pesava 40 chili. Neno strappato all’oblio del tempo sale sul gradino più alto del Suolo Patrio. In occasione 76° anniversario della fondazione della Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella, gli ha conferito la medaglia d’onore. La storia ufficiale parla sempre di grandi eventi ma si dimentica che i grandi eventi sono possibili grazie al valore ed al coraggio di uomini, di soldati proprio come l’artigliere Ventura Nazareno. L’onorificenza riconosciuta a Neno ha un valore simbolico molto importante in primis per la sua famiglia in secundis perchè è la legittimazione “ipso facto” per tutti quei soldati che per un certo periodo della nostra storia recente (fine della seconda guerra mondiale) hanno combattuto con onore per un Paese lacerato, diviso, in preda al caos totale. Non esisteva né un Governo né tanto meno un esercito ufficiale. Non importa da che parte stavi, potevi stare dalla parte degli alleati o dalla parte dei tedeschi, l’unica cosa certa che li accomunava è che combattevano per la propria Patria. E così è accaduto per noi Paracadutisti della Folgore.
Brano tratto da La Piccola Italiana di Giorleo, Storia del Moncenisio. Racconta Giorleo: “Era il 5 maggio dei 1945. Il giorno seguente, scortati dalla bassa forza negra, via verso il campo di concentramento. Eravamo in viaggio ormai da parecchie ore, stipati nei cassoni dei camion, stanchi, impolverati, affamati. Il mattino dopo, al ponte di barche sul Po, presso Piacenza, avevamo dovuto attendere un bel pezzo: prima di noi doveva transitare, in senso inverso, un’ autocolonna di “badogliani”. Quando i loro camion incrociarono i nostri, dalle due parti si alzò il grido Folgore…Folgore! e fu tutto un agitare di braccia, uno sventolare di baschi e fazzoletti. I paracadutisti del sud e quelli del nord s’erano ritrovati dopo aver combattuto per un anno e mezzo su opposti fronti. I sudisti scesero dai camion e noi facemmo altrettanto, mentre i soldati americani osservavano stupefatti quella scena incredibile. Vecchi compagni d’arme della “Nembo”, divisi in Sardegna da un armistizio che nessuno di loro avrebbe voluto, si corsero incontro e si abbracciarono, di nuovo affratellati da un comune senso di orgoglio, di fierezza, per aver servito, ciascuno a suo modo, la Patria.”

Un aspetto di quel triste periodo deve essere chiaro a tutti e qui mi riferisco a quel lasso di tempo che va dalla firma dell’armistizio dell’otto settembre 1943 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale 1945. Tutti, e dico tutti senza distinzione di sorta, i militari italiani che hanno combattuto in quel momento storico lo hanno fatto per il bene della Patria e per la Repubblica. Per questa ragione l’onorificenza concessa all’artigliere Nazareno Ventura ha un valore storico enorme. Nei fatti si riconosce che in questo Paese è esistito ed esiste un solo Esercito, quello Italiano. La medaglia d’onore è stata consegnata dal Prefetto di Livorno al nipote di “Neno”, Andrea Ventura, maresciallo capo dei Paracadutisti Folgore, che ha dichiarato: “L’onorificenza conferita oggi a mio nonno rappresenta per me e la mia famiglia un fatto di grandissimo orgoglio. Essa è non solo il riconoscimento alla persona per quanto fatto e subito ma, ancor più, è un esempio per le future generazioni in quanto stigmatizza e ravviva nella memoria nostra e dei nostri figli eventi di indicibile crudeltà affinché non debbano mai più ripetersi. È quindi non solo la giornata del riconoscimento ma ancor più la giornata in cui trasmetto ai miei figli un insegnamento, il significato del sacrificio, del rispetto dell’uomo per l’uomo e dell’amor di Patria”. Concludo con la seguente considerazione: la Famiglia Ventura è un esempio per tutti noi, ha dato i natali a due uomini d’armi di grande valore. Scrive Giacomo Leopardi ne I Canti, “Dell’educare la gioventù italiana… a voi sta, padri madri di far forti i vostri figli e dar loro grandi pensieri e inclinazioni, a voi d’ispirar loro l’amor della Patria.” La famiglia Ventura ha messo in pratica senza il minimo dubbio quest’insegnamento leopardiano.






